Wadi Rum – Il deserto giordano

Il fascino echeggiante del Wadi Rum

In quella che è l’attuale Giordania, qualcuno di infinitamente più grande e potente di chi possa mostrare fattezze di carattere umano ha deciso di plasmare con mani sapienti qualcosa contro la quale, agli effetti pratici, a nulla potrebbe una vana velleità descrittiva. Nella grandezza del suo volere e nella poetica vena che talvolta non omette di sfoggiare, questa entità ha poi lasciato all’inerzia della natura ed allo scorrere matematico dei secoli il compito di modellare una creazione dove vento, acqua e sole diventano nella loro impetuosa consapevolezza partecipanti ad una danza dove tutto ciò che è artificio viene lasciato fuori dall’uscio. Il primo trasporta, la seconda alimenta ed il terzo arde, ponendo dinanzi agli spettatori accorsi un sipario dalla colorazione replicabile solo nei sogni più ambiziosi. L’immobilismo, nel deserto del Wadi Rum, si trasforma come se nulla fosse in un concetto trasversalmente differente rispetto a quello unanimemente riconosciuto, andando a celare occhi ed orecchie che, malgrado non si facciano notare da tutti, divengono sentinelle di un tesoro nel quale ogni moneta contribuisce ad alimentarne la preziosità. Dune sabbiose  nulla affatto stanziali, formazioni montagnose erte nella loro maestosa solennità, fessure nella roccia profonde quanto i ricordi che esse potrebbero umanamente testimoniare. Il deserto del Wadi, per tutti coloro che si caratterizzano per una spiccata propensione metaforica, potrebbe per connotati assomigliare, neanche troppo vagamente, ad un paesaggio lunare sgombro da ogni intervento manipolativo umano, libero da chiacchiericci echeggianti, roboante nel suo uniforme silenzio. Se il rosso ha fin da epoche molto remote assunto il significato di carnale seduzione, quello che contraddistingue il deserto del Wadi Rum rema contro qualsiasi oggettivo paradigma, navigando controcorrente in un mare dove oasi di ancestrale tranquillità rappresentano purtroppo merce sempre più rara. Nulla di più differente dalle eleganti capitali europee, dalla frenesia delle metropoli statunitensi, dal voluttuoso calore sudamericano, da un’Africa che nel suo disgraziato destino cerca pace ma intanto trova fame e guerre. Posta ad oriente rispetto alla non troppo lontana Aqaba, la responsabilità della denominazione “Rum” va molto probabilmente attribuita ad un idioma aramaico nel quale questo particolare termine acquisisce il quanto mai calzante significato di “elevato”. Rotolando verso sud, a ridosso della frontiera saudita, la cima dello Jebel Umm al-Dami domina nella sua elefantiaca altitudine un paesaggio circostante dove i pensieri di una vita scandita da regole si sciolgono alla stregua di un gelato lasciato per troppo tempo al sole. Nel 2011, il doveroso riconoscimento di bene naturalistico protetto dall’UNESCO ne ha certificato, qualora ce ne fosse stato bisogno, un bene il cui pregio deve essere con ogni sforzo immaginabile preservato. L’impareggiabilità dei paesaggi è stata, in diverse occasioni, utilizzata a scopi cinematografici. Estesa è la serie di pellicole che qui sono infatti state girate. Tra queste, vi sono Pianeta Rosso, Star Wars: L’Ascesa di Skywalker, Theeb e Aladdin.

Qualche informazione utile

Al contrario delle fin troppo standardizzate escursioni sahariane, quelle nel deserto del Wadi Rum prevedono una scelta tanto articolata quanto confacente ad aspettative che possono giustamente essere le più diverse. Essendo in presenza di un’area davvero molto vasta, le visite a bordo di un fuoristrada sono quindi all’ordine del giorno. A conferma dell’offerta assai poco uniformante vi è l’opportunità di poter selezionare un’escursione di un giorno oppure un’opzione che, essedo spalmata su diversi giorni, prevede il pernottamento all’interno di una tenda beduina. Per fascino, quest’ultima alternativa vince per distacco. Aqaba, come accennato in precedenza, è distante una sessantina di chilometri. Nel momento in cui ci si accinge ad entrare, ogni visitatore dovrà corrispondere un’imposta pari a 5 JD. Per chiunque non abbia provveduto a stilare la propria tabella di marcia, informazioni e tariffe esercitate saranno certamente di aiuto. Nel voler fare una classificazione di carattere generale, le visite al deserto possono essere in questo modo suddivise:

  • chi non ha troppo tempo ma non intende rinunciare ad una simile esperienza, potrebbe trovare soddisfacente un’escursione in fuoristrada di 3 ore circa;
  • non prescindere nè da una notte sotto il cielo stellato del deserto né da un’escursione dalla durata non troppo dilatata  sarà un’altra delle possibilità vagliabili;
  • spalmare la visita lungo tutto l’arco della giornata darà la possibilità di poter beneficiare, oltre che di quest’ultima, anche di ottimi pasti locali.

Per quello che riguarda i prezzi, questi dipendono in larga parte dal servizio fruito. Nel voler riportare qualche caso esemplificativo, un tour di 2/3 ore avrà un costo compreso tra i 35 ed i 60 JD. Per chi può disporre di un budget ulteriore, attività supplementari possono comprendere caratteristiche passeggiate a dorso di dromedario, voli a bordo di una mongolfiera oppure, per i più temerari, delle arrampicate sulle pareti rocciose.

Le tappe

Giungere nel deserto del Wadi Rum non è soltanto immergere sia il proprio corpo che la propria anima all’interno di uno sfondo esclusivo sia per natura che per emanazione, ma anche puntare le lenti del binocolo su peculiarità che insieme tra loro concorrono ad evidenziarne l’inquantificabile grandezza. La prima di queste va senza esitazione cercata nei cosiddetti Sette Pilastri della Saggezza. Tutti i più o meno accaniti lettori interpreteranno un simile nomignolo come un palese riferimento all’opera letteraria di Thomas Edward Lawrence, fatta conoscere al pubblico agli inizi degli anni Venti del secolo scorso. La formazione rocciosa identificabile con questo nome ha in comune con il manoscritto il tratto marcato di una natura che, analogamente alla punta di una biro, ha solcato la pietra dando i natali ad un effetto visivo singolare ma indubbiamente affascinante. Nella sua scultorea sospensione, perché non fare del Ponte di Burdha la seconda delle tappe percorribili? Ad un’altezza pari a circa 35 metri di altezza corrisponde un’arrampicata che potrebbe esigere una leggera dose di praticità nell’ambito. Data però conformazione della roccia, porosa quanto basta per rendere l’impresa meno proibitiva, si tratta perciò di un qualcosa di a fattibile. Giunti all’apice, lo scorcio che si presenta dall’alto ripagherà totalmente lo sforzo sostenuto. Distante uno schiocco di dita dal piccolo villaggio di Rum, la Sorgente di Lawrence si staglia girando le scene di un film destinato ad insinuarsi nelle stanze più accoglienti dei ricordi postumi. L’acqua raccolta in una vasca è abbeveratoio per cammelli stremati e fonte di speranza per le carovane che in tempi immemori hanno qui transitato. Non esiste escursione degna di rispetto che non contenga una doverosa tappa al canyon Al Khazali.

Si è in presenza di varco piuttosto angusto, circondato da una parete di tipo roccioso la cui superficie si presenta al tatto relativamente levigata, per via di agenti atmosferici che nei secoli non hanno mancato di conferire il proprio importante contributo. Una grossa fetta delle pareti in questione è ornata da petroglifi, incisioni impresse con gli strumenti piò disparati, da frammenti di roccia puntuti fino ad arrivare lame metalliche. Nella fattispecie in cui la scarsa forma fisica non vi abbia consentito un’agevole arrampicata lungo i 35 metri che separano terra dalla cima del Ponte di Burdha, l’inferiorità dimensionale del Ponte di Um Fruth farà in modo che anche quelli meno agili possano diventare beneficiari di questo privilegio. Il consiglio è quello di salire nei minuti in cui il sole inizia a sparire dietro l’orizzonte, così da poter rinchiudere in uno o più scatti visioni uniche. Reduce relativamente incolume dell’architettura nabatea è il Tempio, posizionato in cima ad una piccola collina nelle immediate vicinanze del villaggio di Rum. Ciò che l’irrefrenabile corsa dei secoli ha ai giorni nostri lasciato rappresenta rilevante attestazione dell’esistenza di una civiltà, quella nabatea, il cui idioma è raffigurato nella grande quantità di graffiti che nella zona sono rinvenibili.

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