Vienna: amore a prima vista

Vienna: amore a prima vista

Spogliarsi del copricapo urticante di una concezione stereotipata vuol dire, neanche troppo raramente, mostrare alla scettica controparte tutto quello che purtroppo rimane fori dal raggio d’azione della propria pupilla. Se è vero che le gesta eroiche di un personaggio devono fortuna lucrante a colui che con la sua penna ne ha narrato il coraggioso svolgimento, è vero anche che nessuno rimembrerebbe l’obiettivo da egli raggiunto senza ricollegarlo alle motivazioni che lo hanno a fortune più o meno alterne sorretto. Parlare di Vienna rappresenta un insieme di comportamenti gestuali nei confronti dei quali è doveroso rivolgere riverente attenzione. Fin dal momento in cui la sua descrizione trova forma concreta, l’impressione che prima di tutte taglia la scacchiera del traguardo è quella di un incrocio, quello tra ella ed il parlante, nella quale la prima scruta ed il secondo le tenta tutte per non cadere. Paragrafare un manoscritto dove le vicende raccontate hanno origine delineata ma futuro in divenire è come perdere in maniera miserrima ad ogni lecito ma piuttosto velleitario tentativo di cattività letteraria. Chi cade nel tranello di etichettare Vienna è, infatti, inevitabilmente destinato non soltanto ad inciampare nell’ovvio, ma anche e soprattutto ad incorrere in un margine d’errore assai insostenibile.  Chi ne tratteggia un’apparente ma in tutto e per tutto inesistente noiosità otterrà da una simile analisi nulla più di una recensione la cui parola chiave rimane, senza diritto di smentita, “superficialità”. A sburgiardare tale squilibrata tesi sarà, oltre alla grande quantità di locali fruibili soprattutto dai viaggiatori più giovani, anche un’offerta culturale che pochi centri possono effettivamente vantare.

Qualche informazione

Prima di concentrare tutte le attenzioni del caso sulle tappe che andranno a sintetizzare l’itinerario viennese, aprire con una manciata di pillole a carattere informativo è già un buon punto di partenza. A proposito di numeri, una popolazione ammontante a quasi 2 milioni di anime fa di Vienna la settima città dell’Unione Europea in riferimento al numero di abitanti al proprio interno censiti. Colei che dell’Austria è vestito buono accoglie tra i confini che la contornano le sedi di numerosi enti a valenza internazionale, tra cui l’OPEC e l’AIEA. Evidentemente attirati da occhi al cui cospetto arrossirebbe anche il ghiaccio, sono stati diversi i personaggi di spicco che qui sono nati o hanno dimorato nel fisiologico corso dei secoli. Uno di questi fu il compositore veneziano Antonio Vivaldi, che dei suoi giorni vide qui pronunciarne gli atti conclusivi.

Tutt’altro che di rado, vi sono turisti che della capitale austriaca fanno zoccolo duro di un tour che, geograficamente agevolato da distanze chilometriche velocemente colmabili, si accingerà a sfiorare ulteriori centri abitati. Tra questi ultimi, cosa buona e giusta è far menzione di Bratislava, lontana solamente una quarantina di chilometri.

La sua frazione periferica si divide quasi equamente tra una zona sud maggiormente volta ad un’accentuata industrializzazione ed una parte nord che, al contrario, incrocia la sua penetrante occhiata con quella ancor più inattaccabile della Selva Viennese, vero e proprio tesoro naturalistico. Ad oriente, le membra di Vienna vengono annacquate dal corso del Danubio, il secondo fiume europeo in ordine di lunghezza.

Tra le prime documentazioni storiche che delle sue sorti sono discreto pettegolezzo vi sono quelle risalenti all’epoca romana, quando i discendenti di Romolo provvidero alla fondazione di quella che allora assunse la denominazione di Vindobona. Dopo tempi piuttosto anonimi, Vienna riacquisì la propria importanza originaria nel Medioevo, beneficiando del fatto che Carlo Magno la incorporò alla Marca Orientale. All’era imperiale andrebbe in modo ossequente attribuita la costruzione del palazzo di Shonbrunn (ubicato ad Hietzing, periferia occidentale), reggia che di quei tempi ne incarna alla perfezione, lo sfarzo e l’eleganza. La stagione in cui esso dà il meglio di sé è senza ombra di dubbio alcuna l’estate, quando è possibile far due passi nel mastodontico parco, dove sculture e fontane incorniciano prodigi ulteriori, come il labirinto. Balzando considerevolmente in avanti e sbarcando tra le dolorose distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, questa coriacea città seppe da questo avvenimento uscire vogliosa di darsi un volto rinnovato ma al passato attinente.

Le tappe

Per oltre 600 anni, epicentro politico ed espressione toccabile del potere è stato il complesso dell’Hofburg. Uno dei suoi padiglioni è tuttora luogo nel quale risiede la massima autorità politica austriaca. Sono quasi 250.000 i metri quadrati attraversati da un sito che, con i suoi 19 cortili e le 2.600 stanze, costituisce fonte di reddito per circa 5.000 lavoratori. Particolare che balza alla velocità della luce scaturisce della sua conformazione, frutto di integrazioni che nei secoli si sono incessantemente susseguite. Gli alloggi alla modernità consegnati sono quelli all’interno dei quali dimoravano Francesco Giuseppe e la sua consorte, quella principessa Sissi fonte d’ispirazione di diverse pellicole cinematografiche. A questi appartamenti si accede usufruendo dello scalone imperiale. Fin dalla prima metà dei Seicento, sono stati numerosi i concerti che nella Hofburg hanno trovato caratteristica ribalta. Anche oggi, nel periodo di tempo che intercorre tra il mese di maggio e quello di dicembre, i 36 musicisti ed i 6 cantanti della Wiener Hofburg Orchester danno sfoggio di un cartellone musicale assai vario e che, tra le tante alternative, offre anche reinterpretazioni delle opere più celebri di Mozart e Strauss. Altrettanto degne di citazione sono le collezioni di tesori di Stato, meticolosamente suddivisi sulla base del periodo di provenienza. Le stanze che vanno dalla 1 alla 8 sono ad esempio dedicate ai beni appartenuti alla casa reale asburgica. Tariffa da corrispondere all’entrata è di 15 euro per gli adulti e di 9 euro per i ragazzi di età compresa tra i 6 ed i 18 anni.

Se tra il potere secolare e quello ecclesiastico le differenze appaiono piuttosto accentuate, la fermata dalla quale si è appena salpati e quella verso la quale ci si sta accingendo ad attraccare sono accomunate da una pregevolezza artistica ed architettonica che dell’ammirazione degli astanti si sfama. Sulla superficie dove l’odierna Cattedrale di Santo Stefano si erge, nel 1147 permaneva baciata dai favori dei fedeli una chiesa in stile romanico. Una struttura sostitutiva venne data alla luce poco meno di un secolo dopo. Di quest’ultima, circoscritta attestazione è il “Portale del Gigante”, in questo modo denominato perché all’altezza delle sue fondazioni venne ritrovata la struttura ossea di un mammut. Due torri, tra loro del tutto identiche, assumono invece l’appellativo di “Torri dei Pagani”, in onore del tempio pagano che su quel lembo di terreno dimorava nell’antichità. A dominare la navata posta centralmente è il pomposo Pilgramkanzel, un pulpito la cui realizzazione va fatta risalire agli inizi del Cinquecento. I motivi che lo decorano raffigurano i 4 Padri della Chiesa, apparentemente minacciati da diaboliche bestie tuttavia contrastate da un cane. Al secolo successivo appartiene invece l’altare maggiore barocco, estratto da un progetto dell’architetto e scultore tedesco Johann Jacob Pock. Il suo segmento centrale evidenzia un affresco che del Martirio di Santo Stefano dà suggestiva illustrazione. Per una visita guidata, i prezzi partono da 5 euro a salire.

Nella fattispecie in cui di arte non siate ancora sazi, il Museo di Storia dell’Arte ed il Museo dell’Albertina proveranno per quanto possibile a sfamare codesta incolmabile libido. Il primo è conseguenza della volontà, espressa dall’imperatore Francesco Giuseppe, di elevare da terra un agglomerato nel quale poter custodire l’infinita gamma di collezioni appartenenti alla sua casata. Tra le opere che la mostra allestita al primo piano ospita ci sono “Allegoria della pittura” (Vermeer), “Elena Fourment” (Rubens) e “Madonna del Rosario” (Caravaggio). Egualmente benestanti sono le esposizioni presenti al Museo dell’Albertina. Da Klimt a Goya, da Picasso a Cezanne, da Mirò fino ad arrivare a Monet, sono tanti gli interpreti che rivivono ogni volta che una delle loro stampe viene qui resa visibile al pubblico. Nel 1945, la struttura subì significativi danneggiamenti, causati da raid aerei alla cui distruzione si ovviò con successivi interventi di ripristino. Per il Museo di Storia dell’Arte, gli adulti pagheranno una tariffa d’entrata pari a 14 euro. All’Albertina, invece, il costo è di 16 euro.

Dalle fatiche di un’escursione a tempo pieno nella cultura e nell’arte ci si può rifocillare facendo scalo al Prater, uno dei parchi pubblici più frequentati della capitale austriaca. Una grossa fetta della sua estensione è riservata ai momenti gioiosi tra le 250 attrazioni del Wurstelprater, un parco divertimenti nel quale a fare capolino è soprattutto la sua celeberrima ruota panoramica, inaugurata alla fine dell’Ottocento. Per fare un giro sopra di essa, il costo del biglietto è di 9.50 euro per gli adulti e di 4 euro per i bambini la cui età sia compresa fra i 3 ed i 14 anni.

Congegnato tra il 1714 ed il 1722, il castello del Belvedere sorge dalla contrapposizione di due palazzi, il Belvedere Superiore ed il Belvedere Inferiore. I suoi giardini alla francese sono fonte di una beltà tale da lasciare per un attimo senza respiro. L’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando, con il sanguinoso Primo Conflitto Mondiale che ne seguì a ruota, rappresentò per il castello il principio di un’era di rinnovamento. Del suo perimetro interno divenne infatti gradita abitante una Galleria dell’Arte Austriaca, a sua volta suddivisa in tre distinti padiglioni. In uno dei questi, quello dedicato a tutte le opere ultimate tra il XIX ed il XX secolo, da segnalare sono tele firmate da Klimt, Monet e Makart.

Cibo ed hotel

Birra e torta Sacher non sono le uniche due pietanze che della tradizione gastronomica viennese portano il drappello. Vi sono preparazioni che, malgrado siano meno conosciute, non peccano certamente in materia di gustosità. Tra quelle che gli intenditori dei sentori intensi proprio non potranno depennare vi è il beuschel, un qualcosa di molto simile al nostrano ragù. Composto dalle parti meno nobili della mucca (cuore, reni, milza e lingua), esso viene fatto cuocere con acqua, aceto, zucchero, sale, grani di pepe, alloro e cipolle.

Dimostrazione del largo consumo delle prugne è il powidl, una composta che, a differenza della tradizionale marmellata, non prevede utilizzo alcuno di sostanze dolcificanti. La sua cottura è davvero lunga e viene ultimata solo e soltanto quando la essa avrà ottenuto una consistenza simile a quella di uno sciroppo. Le prugne usate allo scopo vanno raccolte nel momento di maturazione massima, così che possano sprigionare la quantità massima di zuccheri.

Nel settore dolciario, sfida all’ultimo sangue vede darsi battaglia la Sacher e lo strudel di mele. A proposito del secondo, esso definisce un involucro di pasta che al proprio interno racchiude un composto formato da mele in agrodolce tagliate a fette, uvetta sultanina, burro, pangrattato e cannella. Per una portata ancor più accattivante, è possibile farsene servire una fetta accompagnando a questa una generosa manciata di panna montata.

Trascorrere una o più notti a Vienna prevede un esborso economico direttamente proporzionale ai comfort selezionati. In via generale, per un ostello potrebbe bastare una cifra giornaliera compresa fra i 15 ed i 25 euro. Per una camera d’albergo in centro città senza troppe pretese, si parte dagli 80 euro fino a toccare i 100.

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