Tropea ed il suo luccichio

Fare dell’apatica stanzialità un concetto da evitare significa anche e soprattutto tentare di interpretare il mondo circostante non come un insieme di linee ricurve che tra loro intersecandosi compongono confini spesso tracciati con il sangue di chi in un ideale ha creduto fermamente, ma tramutarlo in un’entità bella ma maledetta, sufficientemente grande da entrare in un planisfero ma altrettanto enorme nella sua talvolta difficoltosa percorrenza. Lasciarsi trasportare da un punto all’altro è delegare ad una casuale brezza il compito di adagiare l’inchiostro su pagine dell’intelletto che, a viaggio terminato, andranno rilette attentamente consentendo alla memoria futura di non cedere a fastidiose defaillances. Acquisire la cittadinanza del mondo è qualcosa che oltrepassa sensibilmente la marcia solenne di un diario di bordo che accanto al giorno riporta null’altro che il freddo elenco degli avvenimenti salienti. E’ un atteggiamento, uno stile di vita, una maniera di far convivere i lineamenti corporei con quelli indefiniti ed indefinibili di un infinito analizzabile certamente in tutte le lingue del mondo, ma decifrabile solo con l’idioma universale ma soggettivo della singola e non replicabile anima. Rumori, fragranze, voci che da lontano compongono il puzzle articolato del quotidiano e persone che di questo perennemente mutabile palcoscenico sono solo comparse riuscirebbero senz’altro nell’intento tipicamente umano di cristallizzare la volatilità dell’attimo all’interno di un frame, ma risulterebbero sensibilmente meno funzionali quando ad imperare sarà la voglia di consegnare l’esperienza vissuta ad un’eternità che di tutto questo preferisce far cibo avanzato. Nulla è più funzionale di una sensazione che, se sufficientemente forte, andrà con ogni plausibile probabilità ad ancorarsi in maniera talmente veemente alle pareti di un cuore da farlo saltare di contentezza nei momenti della giornata in cui l’uno non intende far a meno dell’altra. Vi sono posti nei quali, molto più che in altri, ciò che resta del viaggio di ritorno è l’amarezza, quella dalla quale ci si libera solo tornandoci. A dispetto della generalizzata sgradevolezza estetica che la diffusa concezione del bello attribuisce ad un normale stivale, quello nel cui territorio vivono da tempi immemori le nostre affini generazioni è talmente pieno di gioie visive da dar talvolta l’impressione di venirne snaturato, soffocato dall’altrettanto diffusa tendenza alla sottovalutazione ed all’autocommiserazione. Da settentrione a meridione, la oriente ad occidente, non esiste angolo italiano dove quel che affascina non possa proliferare, alimentato giorno dopo giorno da un insieme parzialmente incompreso di condizioni favorevoli. Uno di questi luoghi è la dolce Tropea, politicamente appartenente alla splendida regione calabrese, terra arsa dal sole, bagnata dalla trasparenza delle sue gocce marine, protetta a mandata doppia dall’accogliente cordialità di un popolo dove ogni nucleo è encomiabile custode di tradizioni millenarie. Dal punto di vista prettamente morfologico, Tropea si caratterizza per peculiarità altrove reperibili sotto forma di copie nulla affatto fedeli. Ad una zona posta superiormente, il cui onore principe è quello di rappresentare come meglio non si potrebbe il centro nevralgico del giornaliero locale, corrisponde una parete meridionale nella quale il candore della spiaggia amoreggia sfacciatamente con l’azzurro limpido di un mare il quale, quasi con ingenua sincerità, mostra ai bagnanti tutti i tesori che del suo fondale sono abituali inquilini. Lo sperone roccioso che frettolosamente scende verso il mare si distingue per un’altitudine che, in prossimità del suo picco massimo, supera seppur di poco i 60 metri. Con riferimento a ciò che una suggestiva leggenda afferma, pare che ad aver fondato Tropea sia stato Ercole. Di ritorno dalla frontiera ultima del mondo allora conosciuto, l’eroe facente parte della mitologia romana decise di stabilirsi in quella che, nella modernità che attualmente stiamo vivendo, è puto d’arrivo di migliaia di turisti e curiosi ogni anno. Nei decenni scorsi, numerose sono state le tombe riportate alla luce nelle immediate vicinanze del centro abitato, collocabili quasi con certezza ai tempi della Magna Grecia. Saltando dal leggendario al documentabile, le prime testimonianze che di Tropea narrano risalgono alla dominazione di Roma, quando il corrispondenza del litorale Sesto Pompeo si rese artefice di un’importante vittoria ai danni di Cesare Ottaviano. Vista una posizione geografica se non altro strategica, Tropea divenne snodo di importanza primaria sia per i Romani sia per i Bizantini.

L’itinerario

Provveduto a mettere a punto un quadro storico esaustivo, è bene passare a quello che rappresenta il vero e proprio itinerario di una vacanza che, visti tali presupposti, si prospetta davvero indimenticabile:

  • nella sezione dedicata alla prima tappa del tour deve essere necessariamente inserito il Santuario di Santa Maria dell’Isola, luogo di culto che più di ogni altro impersonifica il lato prettamente spirituale dei tropeani. Sono molti i credenti che ogni giorno affluiscono in un luogo il quale, vista la posizione privilegiata, per molti diventa ambiente nel quale abbandonarsi tra le braccia carezzevoli di Dio. Incastonato, similmente al più prezioso dei diamanti, su uno scoglio di arenaria, il Santuario di Santa Maria dell’Isola è stato posto sotto la diretta e vigile dipendenza dell’Abazia di Montecassino. Attenendosi rigorosamente a ciò che narra un racconto leggendario, pare che a sbarcare qui fu una statua lignea della Madonna, proveniente da Oriente. Una volta toccata terra, il primo cittadino del luogo volle dedicarle una nicchia naturalmente formatasi, la quale tuttavia si rivelò davvero troppo piccola per ospitare una creazione dalle dimensioni notevoli. Ad un falegname venne quindi delegata l’incombenza di  tagliarle entrambe le gambe, così che essa riuscisse finalmente ad entrare nel cunicolo. Improvvisamente, le braccia dell’artigiano si immobilizzarono, impedendogli quindi di portare a termine il lavoro, con la Madonna che da allora si rese artefice di una serie di eventi di carattere miracoloso. La statua in questione, oggi, giace serena tra le mura di un santuario dalla cui parte esterna è possibile contemplare scorci che definire incantevoli significherebbe arrotondare per difetto;

  • per portare a casa scatti da riporre nell’album dei ricordi, da quello che è stato affettuosamente denominato “Affaccio” di potrà godere di una vista che non ammette eguali di pari livello. Il nome lascia immediatamente immaginare un posto dal quale, data la dislocazione, del mare sottostante si dovrà per forza di cose apprezzare ogni godurioso sfondo;
  • terza fermata obbligata è quella che nell’accoppiamento di lettere Palazzo Toraldo vede perfetta indicazione. Al di là di ogni plausibile dubbio, esso è nettare dell’inventiva di uno degli allievi prediletti di Vanvitelli. Risalente al Settecento, Palazzo Toraldo è purtroppo stato vittima di un processo di graduale deterioramento che del suo antico splendore ha scippato parte dell’originario smalto. Due sono le facciate di cui si caratterizza. La prima affaccia su Via Lepanto, mentre la seconda su Largo Galzerano. Entrando nella prima delle due arterie, particolare che penetra la pupilla è dato dal candore di un portale il quale, a sua volta, fa da anticamera ad un vestibolo la cui forma ricorda quella di un barile;
  • l’escursione prosegue spedita al Museo Diocesano, sede di una serie non risibile di reperti che prima risiedevano all’interno della Cattedrale. La messa a punto dell’esposizione è ancora in fase di svolgimento, sospesa tra un egual numero di sculture in legno e tele dove l’immaginazione si abbevera. Nel varcare la soglia, alcune statue in marmo raffiguranti i Santi Pietro e Paolo daranno il benvenuto a chi, tra quello che troverà dopo, vorrebbe perdersi per sempre. Salendo verso il primo piano, a riservare un’accoglienza più che calorosa saranno affreschi tra i quali cosa buona e giusta sarebbe rimembrare quello dedicato al Martirio di Santa Domenica, firmato da uno dei maggiori artisti locali di sempre, Giuseppe Grimaldi. Nel menzionare la collezione privata dei Toraldo, qualche parola va spesa anche in favore di un insieme di pergamene, risalenti al lasso di tempo compreso tra il XII ed il XVII secolo. Il biglietto di ingresso prevede un esborso davvero risibile, pari a soli 2 euro;
  • ulteriore succulenta portata è la Cattedrale di Maria Santissima di Romania. Furono i normanni ad elevarne le mura da terra, presumibilmente nel XII secolo. Quattro secoli più tardi, alla struttura vennero iniettati particolari architettonici barocchi. Per via di alcune scosse telluriche che tra loro si sono susseguite negli anni, si sono via via resi necessari degli  interventi di restauro. La lente di ingrandimento va orientata soprattutto verso il Crocifisso Nero, la cui provenienza va rintracciata Oltralpe. Un organo a canne, datato 1938, costituisce elemento ulteriore;
  • la Chiesa di San Francesco ed il Convento della Sanità segnano capitolo supplementare di uno scritto stilisticamente elegante. Ambo i siti sono lascito della generosità di un gruppo di casate nobiliari tropeane, desiderose di donare alla fine del Cinquecento una sistemazione adeguata ai frati. Quando questi ultimi lasciarono il convento, esso venne tramutato in una struttura ospedaliera. Nei frangenti finali del Novecento, ad un’importante opera restaurativa seguì l’insediamento dei frati minori francescani. Riguardo alla Chiesa di San Francesco, il quadro della Madonna della Sanità svetta su tutto il resto.

Le spiagge

L’acqua salata che inumidisce d’un velo sottilissimo le spiagge tropeane, insieme ad una sabbia il cui pallore testimonia in questo caso raggiante benessere, dà vita ad un litorale le cui proprietà vengono apprezzate da un numero sempre maggiore di bagnanti. Quel che la natura intorno piazza incornicia una location che, presa nella sua globalità, è quanto di più vicino ad un sogno esiste. Tra le spiagge che ci sentiamo di consigliarvi ci sono:

  • Spiaggia del Cannone, frequentata quel tanto che basta da farne il luogo giusto per tutti coloro che da una vacanza vogliono quantità industriali di tranquillità;

  • Spiaggia della Rotonda. Tra le spiagge più belle di Tropea, questa si piazza tra i primissimi posti. Protezione non solo simbolica è garantita dalla parete di roccia che si trova alle sue spalle. Giovarsi del suo mare sarà impresa nulla affatto proibitiva grazie all’ausilio di una canoa o di un pedalò;

  • Spiaggia ‘A Linguata. Per superficie occupata, questa occupa la prima posizione. Le preferenze dei ragazzi ricadranno su di essa sia per la presenza di un campo da beach volley sia per via dell’opportunità di praticare lo snorkeling;

  • Spiaggia del Convento. Analogamente alla spiaggia appena descritta, anche questa deve la sua notorietà ad un fondale che, data la cristallinità delle acque, andrà scrutato in ogni anfratto dai cultori dello snorkeling;

  • Grotta del Palombaro. Per arrivarci, va costeggiato l’isolotto. La minuta spiaggia che tuttavia si delineerà all’arrivo vale la seppur minima fatica;

  • Spiaggia Marina dell’Isola. Posizionata sul lato destro della Spiaggia della Rotonda, essa viene presa letteralmente d’assalto durante tutto l’arco della bella stagione. Imprescindibile accortezza sarà quella di arrivare in tempo, accaparrandosi un buon posto.

Qualche info utile

Lo scalo aeroportuale più velocemente raggiungibile è quello di Lamezia Terme. In mancanza di auto, da qui può essere raggiunto il centro abitato anche in bus, usufruendo di un comodo servizio messo a disposizione dalla Regione Calabria. Il porto turistico, di contro, dista dal centro poco più di un chilometro. Trattandosi di una cittadina territorialmente poco sviluppata, la maniera migliore per effettuare gli spostamenti al proprio interno è una salutare camminata. I siti culturalmente ed architettonicamente più prestigiosi sono reciprocamente ravvicinati. Mediamente, un soggiorno in un hotel a 3 stelle prevede un esborso compreso tra i 45 ed i 50 euro. Le tariffe per un albergo a 4 stelle salgono leggermente, raggiugendo quota 65 euro.

Cosa mangiare

Nel riservare il paragrafo conclusivo alle gemme culinarie tropeane, citazione iniziale va doverosamente destinata alla celeberrima cipolla. La sua forma può essere sia rotondeggiante sia ovoidale. Il sapore, contrariamente alla cipolla tradizionalmente utilizzata, appare al palato dolciastro e per nulla invadente. Questa materia prima può essere consumata cruda, in accompagnamento ad una freschissima insalata, o cotta, donando sapore ulteriore a preparazioni di ogni tipologia. Altra pietanza tropeana da assaggiare senza pensarci una volta in più è la frittata di cipolle rosse, preparazione che forse meglio di qualsiasi altra riesce a valorizzare a pieno le caratteristiche organolettiche della regina cuciniera tropeana. Potrà essere indifferentemente servita sia come stuzzicante antipasto sia come sostanzioso secondo piatto. Per chi non ne avesse mai sentito nominare, i surici fritti sono vera e propria sciccheria, irreperibili altrove. Si è in presenza di pesci che proliferano in condizioni marittime particolari, con una carne bianca che si adatta a subire una breve frittura. La panatura superficiale si compone solo di un lieve strato di farina.

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