Transiberiana: un viaggio alla fine del mondo

A dispetto di antiestetiche brutture e malauguranti storture che del suo imprevedibile percorso divengono buche da attraversare con tutta l’audacia di cui si dispone, la vita continua a rappresentare non la destinazione finale di uno scritto per noi redatto da altri, ma itinerario le cui fermate esibiscono, una dopo l’altra, tutto il brivido. Se è vero che ogni credo si differenzia per il mutevole grado impositivo della sua dottrina, allo stesso modo è vero che ne esiste uno che, in qualità di talvolta indegni abitanti di questa Terra, tutti avremmo il ragionevole ed universale dovere di praticare. Come un uomo i cui faticosi sacrifici trovano perfetta gratifica tra mura casalinghe che della beatitudine familiare sono soglia da attraversare solo a piedi scalzi, così ad ogni essere umano andrebbe conferito il sacrosanto diritto di godere non soltanto dello stretto lembo di terra nel quale egli è nato, ma anche di ogni altro scorcio di cui detiene la condivisa proprietà in quanto terrestre.

 Viaggiare è una linea prevedibilmente racchiusa tra due punti, ma a tal punto irregolare da dover obbligatoriamente ponderare il vaglio di segni visivi ulteriori. Per chi ha sentito narrare della Transiberiana solo negli sparuti racconti letterari, poter in maniera diretta entrare a far parte di una simile esperienza è replica migliore ad un’idea di soggiorno vacanziero che guarda troppo in basso e nulla affatto oltre l’orizzonte. Linea ferroviaria portata a regime pieno nella prima decade del Novecento, la simbolica prima pietra venne posata ad opera del futuro e sfortunato sovrano Nicola II, che nel 1891 si accollò la relativamente gravosa mansione di trasportare di suo pugno l’esordiente carriola colma di materiale. Uno dei problemi che richiese risoluzione immediata fu la costruzione di una tratta ferroviaria che, stiracchiandosi da occidente ad oriente, fosse in grado di ovviare allo scorrimento di corsi d’acqua che facevano tragitto perpendicolare. Nelle fasi culminanti della sua messa in opera, la Transiberiana richiese la forzosa manovalanza di un numero di impressionante di uomini (90.000 circa), il cui soggettivo ma sinergico contributo bastò ad ultimare tratti che a cadenza annua raggiunsero la ragguardevole distanza di 740 chilometri. Due differenti correnti di pensiero squarciarono in altrettante metà l’opinione pubblica russa. Da un lato, infatti, c’erano coloro che osservarono la mastodontica opera con il pessimismo di chi in essa vedeva solo un esoso spreco di danaro pubblico. Dall’altro lato, invece, ci furono coloro le cui previsioni di matrice ottimistica si rivelarono, a lungo andare, se non altro lungimiranti. I fondi inizialmente devoluti alla sua edificazione vennero effettivamente recuperati nel giro di appena qualche anno. La Transiberiana dette infatti modo di collegare Mosca alle regioni orientali in un lasso temporale nettamente inferiore se rapportato a quello occorrente per la traversata a dorso di cavallo, completabile in non meno di 4 mesi in tutto. La classe dirigente dell’epoca, nella persona del Primo Ministro Petr Stolypin, promosse un programma che previde la massiccia migrazione di contadini i quali, dalla zona geograficamente appartenente al continente europeo, vennero condotti in Siberia diventando fruitori di appezzamenti di terreno ingenti. Per facilitare la comprensione profonda di un’infrastruttura odiernamente strategica basterebbe sviscerare numeri in questo modo suddivisibili:

  • in primis, cosa buona e giusta è esaltarne una lunghezza che, nella sua globalità, supera seppur di poco i 9.000 chilometri facendone, ancora adesso, la prima ferrovia al mondo in ordine di superficie attraversata;
  • perfettamente egualitaria non appare la sua distribuzione territoriale. Fetta maggioritaria dei suoi binari, pari all’80,9% del suo totale, è poggiata su territorio asiatico, con la restante porzione che è invece adagiata su ciò che all’Europa appartiene;
  • la percorrenza di tutta la tratta servita richiede una settimana circa. I fusi orari idealmente sorvolati sono ben 7;
  • le fermate, tutte insieme, raggiungono un numero che varca la frontiera ragguardevole delle 150.

Prima di addentrarsi nei meandri di un percorso da poter personalizzare ad immagine e somiglianza dei propri sogni, opportuno sarebbe precisare che le opzioni selezionabili, inerenti il trasporto vero e proprio, sono sostanzialmente due. Il cammino può essere intrapreso sia fruendo di treni privati nei quali poter beneficiare di ogni tipo di comfort immaginabile sia, per un’esperienza ancor più suggestiva e caratteristica, di treni normali per i quali bisognerà ovviamente sborsare cifre sensibilmente minori. Fatta quella che era dovuta premessa, è giunto quindi il momento di procedere alla descrizione di una via che, mai come in questo caso, si preannuncia zeppa di incanto e sorpresa.

Le città da non perdere

I passeggeri che da Mosca prendono la decisione di partire, non avranno facoltà di cassare quella che appare una tanto doverosa quanto difficilmente dimenticabile gita a Mosca. I suoi 12 milioni di abitanti fanno di ella il decimo centro abitato del mondo per popolazione, oltre che città nella quale vive in proporzione circa  1/10 di tutti gli aventi cittadinanza russa. Indice della sua palese volontà di primeggiare è, ad esempio, la torre di Ostankino, ad oggi la struttura che nel Vecchio Continente può permettersi di sfoggiare l’altezza maggiore. Coloro che all’arte sono legati da vincolo che scindere non si può avranno la conveniente opportunità di fare un balzo verso il Museo Puskin, polo moscovita tra le cui esposizioni sono presenti opere di artisti che vanno da Botticelli a Tiziano, da Chagall a Monet, da Renoir fino ad arrivare a Picasso. Facile è immaginare che, tra le piazze che fanno grande Mosca, la Piazza Rossa è colei che dona contributo più marcato. Le dimensioni, se analizzate una per una, sono meritevoli di ammirazione. La lunghezza è infatti pari a 700 metri, con la larghezza che si attesta invece a quota 130 metri. La sua superficie è a festa addobbata non dalle sole e timide luci della notte, ma da quella accecante di alcuni dei monumenti che al mondo godono di blasone maggiore. Uno di questi è la Cattedrale di San Basilio, edificata nel periodo di tempo intercorrente tra l’anno 1555 e l’anno 1561. Gesto impossibile sarebbe trovare edificio con tratti somatici analoghi ai suoi. Le generalità di chi ne ha disegnato su carta le fattezze sono ignote. Secondo quel che narrano i racconti che della tradizione sono parte di cui mai ci si stanca, gli architetti che lavorarono al progetto furono due: Barma e Postnik.

Seconda fermata di questo viaggio in Transiberiana potrebbe essere rappresentata da una città la cui densità è minore, dato che ad abitarla sono poco più di 100.000 anime. Sergiev Posad, distante una settantina di chilometri dalla Capitale della Federazione Russa, deve ringraziare per il considerevole afflusso turistico la presenza del monastero della Trinità di San Sergio, entrato di diritto nella lista dei patrimoni UNESCO. Includibile nell’aggiuntiva schiera dei siti che nella maniera migliore incarnano la propensione spirituale dei russi, la sua fondazione va fatta risalire al 1345. La figura di chi ne volle la costrizione è quella di Sergio di Radonez, icona ortodossa largamente venerata e la cui nascita è tuttora oggetto di un dibattito piuttosto affollato. Quando al termine del Cinquecento mancavano pochi anni, il monastero fu destinatario di numerosi interventi a scopo fortificativo. L’insieme di pali lignei che circumnavigavano il chiostro vennero rimpiazzati da pali sostitutivi fabbricati in pietra. Il secolo seguente fu egualmente contraddistinto da ancor più sfarzosi aggiustamenti strutturali. Uno di questi fu la posa in opera di un palazzo baroccheggiante all’interno del quale avrebbero dovuto trovare ristoro i patriarchi.

Terza sosta sarà quella tra le carezzevoli frontiere di Niznij Novgorod, fondata nel secondo decennio del Duecento dal principe Jurij di Vladimir. Incastonata nello spicchio di terreno nel quale il fiume Oka si abbandona tra le mani protettrici del Volga, Niznij Novgorod si piazza in quarta posizione tra le città russe più popolose. Il porto fluviale è attorniato da quartieri navali nei quali vennero prodotti sommergibili perlopiù utilizzati nel recupero di chi era sopravvissuto all’affondamento dei sottomarini. A spiccare per fascino restio a smentite è la Cattedrale della Trasfigurazione, fatta nascere tra il 1816 ed il 1822. Ubicata sulla riva est del fiume Oka, la zona paludosa contigua esigette l’esercizio di un principio architettonico che per molti aspetti si avvicina a quello caratteristico delle palafitte. Altro stabile a trazione ecclesiastica annotabile è la Chiesa del profeta Elia. Agli inizi degli anni Trenta, le classi dirigenti comuniste la strapparono ai fedeli, decretandone la chiusura e la riconversione in panificio. Il blocco ebbe sospirata fine solo in concomitanza dello sbriciolamento del regime sovietico.

Una distanza di 974 chilometri scorpora la tappa precedente da Perm. Il Permiano, periodo che segna la simbolica conclusione del Paleozoico, deve il nome proprio con il quale è stato dominato al ritrovamento locale di reperti rinvenuti nelle immediate vicinanze della città. Nell’epoca avente come principale caposaldo lo scoppio del secondo conflitto mondiale, Perm e le industrie che in essa dimoravano divenne centro di assemblaggio di macchine ed attrezzature che al fronte sarebbero state destinate. Fino all’anno 1957, la denominazione odiernamente conservata fu rimpiazzata con quella di Molotov, cognome di uno dei più stretti e fedeli collaboratori di Stalin. La città è sede di un importante polo universitario del quale fu rettore il celeberrimo storico russo, vissuto e morto in Italia, Nikolaj Ottokar.

Adagiata sul frangente Est dei Monti Urali, Ekaterinburg si nutrì degli onori della ribalta per esser diventata sfondo degli ultimi giorni di vita dei Romanov. Nelle ore che precedettero il mattino del 17 luglio 1918, è qui che Nicola II e la sua famiglia vennero uccisi a colpi di fucile. Nello stesso luogo dove i componenti della casata reale abbandonarono involontariamente vita terrena, nel temporalmente vicino 2003 vennero ultimati i lavori della cattedrale sul Sangue. Una coppia di chiese, un campanile ed una struttura museale eretta a suffragio dei Romanov è tutto ciò che disegna i contorni di un luogo che, da solo, dormicchia su una superficie che ammonta ad oltre 9.000 metri quadrati.

Centro industriale rispettabile è Tjumen, sede di numerose aziende operanti nel settore energetico. Caduta nella morsa tenace dell’Armata Rossa nel 1918, Tjumen fu tramutata, negli attimi della Seconda Guerra Mondiale in cui l’invasione italo-tedesca sembrava essere prossima ad una conclusione benevola per l’asse, in ambientazione dove il corpo di Lenin avrebbe potuto trovar pace più o meno indisturbato. Alla fine degli anni Quaranta è collocabile il rinvenimento nel circondario di alcuni giacimenti di petrolio, quest’ultimo fonte regina di sostentamento per tutto il comparto economico locale. Praticare sessione full immersion nella cultura autoctona significa fermarsi per un po’ al Museo delle Tradizioni Locali. Eretto da terra nel 1879 per assecondare il sempre crescente bisogno di istruzione della popolazione, esso fu indice ed elemento incarnante del crescente peso economico che, nel giro di qualche decennio, la Siberia acquisì. Della beltà di Tjumen non vanno soltanto colpevolizzati i suoi edifici storici, ma anche i suoi monumenti contemporanei. Uno di questi è il quadrato “Gatti Siberiani”, creazione omaggiante i circa 5.000 gatti che, nel 1943, vennero mandati a Leningrado con l’intento di fronteggiare un’invasione di ratti la quale, da sola, avrebbe potuto comportare il divampare di una molesta epidemia.

Passettino in avanti porta ad Omsk, seconda città siberiana per territorio dalla quale vegeta. La bellezza di 12 teatri è a disposizione di chiunque, in occasione di sosta prolungata, voglia conoscendo un minimo di russo diventare spettatore pagante di musical o commedie drammatiche. Baluardi che contro la virulenta bruttezza difendono la città sono le cupole che sovrastano la cattedrale dell’Assunzione. Dal punto di vista cromatico, l’effetto trasmesso ai visori è quanto di più bello si possa immaginare. L’oro dell’apice, unendosi al verde acqua ed al salmone delle pareti poste al di sotto, danno infatti prova tangibile di quanto, nel semplice, la meraviglia possa esaltarsi. Al pittore russo Michail Vrubel è intitolato il Museo delle Belle Arti. Le mostre perennemente proferite nella sua parte interna comprendono tele di autori di origine italiana, fiamminga e francese. Altro padiglione è invece interamente dedicato a vasellame e ad altri piccoli oggetti pieni di estrinseca grazia.

A tallonare Mosca e San Pietroburgo nel gruppetto dei secchioni è Novosibirsk, amichevolmente squarciata dall’Ob, un fiume di origine artica. Il piazzale dedicato a Lenin, rintracciabile nell’agorà cittadina, ingloba come se di esso non volesse fare a meno il Teatro dell’Opera e del Balletto, il più grande teatro di tutta la Russia. Sgargiante ciliegina è una cupola dal diametro di 60 metri e dall’altezza che tocca quota 35. Perpendicolarmente a quest’ultima si delinea la sala principale, dalla capienza di 1790 posti a sedere. Supplementi addizionali sono la sala da concerto e la sala piccola. Il teatro può contare sull’ausilio di macchinari che nell’ambito sono ciò che di meglio la tecnologia al momento assicura. Esternamente, troneggiano composizioni scultoree raffiguranti, tra gli altri, l’eroe della Rivoluzione Lenin. Prodigio d’ingegno è infine il Ponte Bugrinskij, inaugurato nl 2014 in presenza di Vladimir Putin. I due archi gemelli indossano un appariscente colore rosso, con la lunghezza del ponte che è pari a 380 metri.

Serviranno altri 800 chilometri per arrivare al cospetto di Krasnojarsk, data alla luce nel 1628 come forte ricevente ordini esclusivamente difensivi. Nel corso del sanguinario regime stalinista, la città dovette subire reputazione poco onorevole per via di un campo di lavoro che qui si decise di allestire. Da una collinetta che su essa affaccia fiorisce la Cappella Paraskeva Pyatnitsa, riportata anche sulla banconota che vale 10 rubli. Annualmente, migliaia sono gli invaghiti che in loco posano i piedi per dar dichiarazione della loro infatuazione. Il panorama che si prospetta dà prova provata di quanto questo centro, popolato da cittadini che messi insieme superano di poco il milione, possa essere immenso.

Fin dal Seicento importante snodo commerciale tra Oriente ed Occidente, Ulan-Udė è una città nella quale le lancette del giornaliero scorrono lente, pacate, senza frettolosa entità che dietro le possa correre. A troneggiare sulla piazza centrale è la statua di Lenin, alta 8 metri e pesante il salasso di 42 tonnellate. La sua installazione avvenne nel giorno in cui cadde il centesimo compleanno del padre nobile della rivoluzione bolscevica. Serviranno una ventina di minuti per far scalo al tempio buddista Rinpoche Bagsha Datsan. Il luogo, detto in tutta franchezza, non elargisce meraviglie che di pregio si tingono. Data tuttavia la posizione, da qui sollazzare l’anima con un panorama mozzafiato è atto di vero amore per sé.  Trenta chilometri più in là, zona periferica fornisce ospitalità ad un altro tempio buddista, il più grande della nazione russa, l’Ivolginsky Datsan. Piatto della casa è la mummia di Khombo Lama, mostrata ai visitatori solo 6 volte nell’arco dell’anno.

La striscia territoriale dove le radici di Chabarovsk sono ben salde erano, fino al 1858, poste sotto la giurisdizione dell’Impero cinese. Il patto bilaterale che ribaltò le sue sorti, insieme all’acquisizione del titolo di città ed alla costruzione dirimpetto della Transiberiana ne hanno fatto insediamento autorevole anche e soprattutto dal punto di vista commerciale. L’adiacenza con Cina e Giappone fanno poi da decisiva guarnizione. Lontana un tiro di schioppo dalla chiesa della Trasfigurazione c’è un monumento il quale, nel porre al pubblico giudizio un animo rimembrante che della città è ossigeno che permette respiro, ricorda l’amor patriottico che spinse migliaia di abitanti della zona a recarsi al fronte nella Seconda Guerra Mondiale. Agrume succoso va assaporato ad un soffio dalla riva del fiume Amur. E’ qui infatti che tutte le attrazioni più significative si assembrano. Una di queste è l’immenso parco cittadino, sito culminante in una dolce collinetta dove un binocolo ed una macchina fotografica devono rimanere a portata di mano. Di sera, piazza Lenin è epicentro nel quale le vibrazioni mondane si scatenano. Artisti di strada, sculture fatte di ghiaccio ed attività per i più piccini ne fanno luogo funzionale a feste natalizie insolite ma non meno allettanti.

Se nella più bella delle storie cima della scalata è quel lieto fine che monetizza il sacrificio fatto, Vladivostok visse tuttavia il proprio peggior momento quando il governo bolscevico salì al potere delle istituzioni. Gli affollati movimenti migratori, in aggiunta ad incisive misure repressive che non risparmiarono neanche questa città, furono fattore scatenante di un calo demografico ragguardevole. Quando la Seconda Guerra Mondiale divampò, Vladivostok non venne fortunatamente arsa dalle sue fiamme, malgrado i timori di un imminente attacco nipponico tennero la tensione alta. Gesto onorevole scaturì dalla partecipazione istantanea al “Fondo della Difesa”, misura consistente nella donazione di oggetti preziosi che in seguito sarebbero serviti al finanziamento dello sforzo bellico sovietico. Qui, dove termina sia la Russia che la Transiberiana, ristretti ma assai gremiti sono i ranghi dei siti che nell’itinerario dovranno transitare. Se le ristrettezze del tempo non allentano assillo, una capatina al Museo Statale Arseniev del Primorsky Kray non è gravoso sacrificio. Porzione preponderante dell’esposizione esalta le gesta di Vladimir Arseniev, nativo di San Pietroburgo ma qui stabilitosi. Realtà a sé stante è la Millionka, zona che fino a non molti decenni fa brulicava di prostitute ed individui ai quali andrebbe attribuito l’aggettivo di “losco”. Le uniche leggi erano quelle qui applicate e le leggende, bevanda dissetante dal sapore unanimemente apprezzato, tuttora echeggiano nelle orecchie dei turisti. Secondo una di queste, sotto terra vi è un labirinto che condurrebbe direttamente nella vicina Cina. Scatto perpetuamente timbrato sul cuore sarà quello ottenuto nei pressi del faro Tokarevskij. Una strisciolina di terra, che al giungere dell’alta marea scomparirà, darà l’impressione di passeggiare sul mare.

Qualche info utile

Pensare al periodo dell’anno migliore per prender parte a questo genere di viaggio vuol dire vagliare attentamente una serie di fattori. Ad incentivare la partenza estiva potrebbero essere le temperature relativamente miti e le condizioni atmosferiche propizie. Di contro, tuttavia, è più che probabile l’incorrere in tariffe che, visto l’affollamento dei vagoni, potrebbero apparire sensibilmente più elevate. Se la motivazione che vi spinge a partecipare è la ferrea volontà di deliziare sguardo e memoria postuma con i magici paesaggi invernali russi, la stagione ultima è senza ombra di dubbio alcuna più adatta allo scopo. Appropriato sarebbe, anche in tale fattispecie, provvedere a prenotare il biglietto anticipatamente. A remare contro saranno d’altro canto le temperature, le quali mediamente scenderanno anche di 15 gradi sotto lo zero termico. Stagione che più di tutte le altre unisce vicendevolmente la gradevolezza del mite alla fascinosa ma glaciale occhiata, l’autunno è lasso nel quale i flussi vacanzieri calano ed i prezzi saranno quindi più ragionevoli.

L’entità del biglietto, ovviamente, sarà coerente con le destinazioni da sfiorare. Sulla sua superficie saranno riportate le numerazioni inerenti la corsa, i posti a sedere, le stazioni ed i binari. Come gran parte dei treni, gli scompartimenti si dividono in tre distinte classi. La più cara, neanche a dirlo, è la prima classe, la quale garantisce un alloggio ottimo in agiatezza. Nei vagoni della seconda classe sono quattro i giacigli, equamente distribuiti su due letti a castello. La terza classe, come ci si potrebbe facilmente attendere, è la scelta adatta per chi non può o non vuole contare su un budget esagerato. Nota soave è una socialità maggiore che darà modo di fare la conoscenza di persone che per sempre rimarranno impresse nelle pareti del cuore.

   

Sviscerando il più possibile costi che dipenderanno da diversi elementi, bene è mettere in chiaro che al crescere delle fermate crescerà direttamente anche l’esborso. Scegliere la terza classe e scendere in 3-4 città arriverà più o meno a costare 300 euro a persona. Stessa soluzione, ma classe più altolocata, vorrà invece una spesa superiore, circa 500 euro. Per un viaggio tra gli agi della prima classe, infine, il budget su cui fare affidamento ammonta anche a 1000 euro. Per maggiori informazioni, è possibile connettersi al sito www.eng.rdz.ru

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