Route 66: breccia nel cuore degli Stati Uniti

Lasciata utilizzare ai fruitori fin dal 1926, la Route 66 è stata una delle prime strade a carattere nazionale degli Stati Uniti. La sua densa frequentazione venne finanziata dal Dust Bowl, un insieme di tempeste di sabbia che, complice uno sfruttamento del terreno scriteriato, provocò massicce migrazioni verso ovest da parte di agricoltori rovinosamente danneggiati da simile nefasto avvenimento. Sorgente economica florida per gli stati che essa attraversava, la Route 66 venne depennata dal complesso sistema delle highway negli anni Ottanta. Tante furono le manifestazioni di dissenso da parte di comitati volti a difenderne la dignitosa identità. Ciò che da un oblio irreversibile la salva è la ridenominazione in Historic Route 66. Nome diverso, ma identica malia contrassegna un cammino che, in seguito, proveremo ad analizzare passo dopo passo.

 



 


Le città da toccare

A ridosso delle sponde del fiume Michigan, nasce una città la quale, per chiunque abbia desiderio e fattiva volontà di percorrere la leggendaria Route 66, rappresenta tappa della quale non è affatto possibile fare a meno. Chicago, con i suoi oltre 9 milioni di abitanti che ne vivono densamente le sue arterie urbane, è stata fin dalla sua fondazione oggetto di una profonda metamorfosi che , da raccolta cittadina che era inizialmente, l’ha tramutata nella grande e conosciuta metropoli che attualmente è. Ai giorni, infatti, essa può in maniera tutt’altro che mendace sostenere di essere non soltanto una città nella quale diverse sono le etnie che tra loro convivono in pace, ma anche di rappresentare centro economico di riferimento, dove le possibilità difficilmente rimangono soltanto tali. Importante primato del quale Chicago può andar fiera è quello derivante dalla presenza del maggior numero di ponti mobili al mondo. Senza poi contare che essa è destinazione d’arrivo per tutti quei musicisti che fanno del genere blues il pezzo forte della propria offerta. Per una sosta in quella che affettuosamente viene soprannominata la “Città del vento”, step d’esordio potrebbe essere costituito dal Field Museum, una struttura che tra le sue imponenti pareti contiene un numero spaventoso di elementi espositivi, oltre 20 milioni. Nato alla fine dell’Ottocento, la sua sede è stata traslata nella prima metà degli anni Venti. La stragrande maggioranza dei resti è lascito dell’Esposizione Universale del 1893, rassegna a carattere globale che in quell’anno si tenne proprio a Chicago. Tra i pezzi forti per i quali vale la pena fare una capatina qui vi è senza ombra di dubbio alcuna Sue, colei che odiernamente si piazza in prima posizione, per dimensioni, tra gli scheletrici esemplari di Tirannosauro. Sezione egualmente suggestiva è quella dove ci sono oggetti scaturenti dalla spiccata manualità dei nativi americani.

 


 



Dopo un breve periodo di chiusura, la mostra ha nuovamente aperto i battenti nel 2007. Fermata strettamente dipendente dal tempo a disposizione è quella all’Acquario Shedd, inaugurato nel maggio del 1930. Sono oltre 1.500 le varietà faunistiche marine, accuratamente suddivise su scompartimenti aventi come criterio catalogante le origini geografiche delle singole specie. Una di queste sezioni ha come oggetto preponderante la permanenza di pesci provenienti dai fiumi, habitat naturale in vorticoso e perenne movimento. Costato circa 3.000.000 di dollari, lo stabile previde inizialmente l’allestimento di 132 vasche, numero che nel corso dei decenni fu soggetto a continui ritocchi per eccesso. Nella schiera delle mostre anagraficamente rampanti, impossibile sarebbe non far menzione di quella nata con l’obiettivo di riprodurre fedelmente l’ecosistema che caratterizza il mare delle Filippine. Sviluppatasi su tre distinti livelli, essa permette ad una colonia di squali di vivere esistenza di continuo posta sotto le celebranti luci dei riflettori.







Il nome che tuttora copre di comoda notorietà Saint Louis va per rigoroso dovere di cronaca dedotto da quello di Luigi IX, sovrano francese dal 1226 fino all’anno della sua dipartita, il 1270. Andamento demografico singolare la contraddistingue. Se è vero che il numero di coloro che acquistano casa in corrispondenza della sua area metropolitana è in incremento, è vero anche che fin dall’inizio degli anni Cinquanta altrettanti sono quei cittadini che si assumono la cosciente responsabilità di andar via dal centro cittadino. A tale andamento si è cercato di porre rimedio soltanto negli ultimi anni, con interventi di carattere urbanistico volti a rendere Saint Louis una città se non altro più vivibile. Monumento che forse più di tutti la simboleggia è l’Arco della Porta. Il progetto, redatto negli anni Quaranta dal progettista dalle chiare origini finniche Eero Saarinen, venne portato a compimento nel mese di ottobre del 1965. A proposito delle sue dimensioni, l’altezza dell’arco ammonta a 95 metri, così come un basamento che esibisce medesima lunghezza. Per caratteristiche ed impatto di tipo visivo, l’Arco della Porta si ispira neanche troppo velatamente a quello che avrebbe dovuto essere eretto da terra a Roma, all’Eur.




L’audace storia di John Calhoun, politico statunitense di cui si fa diffusamente cenno nel libro scritto da John Fitzgerald Kennedy  “I ritratti del coraggio”, fu volano di un’intitolazione che all’odierna Springfield preluse. Nella Capitale dell’Illinois, carriera altrettanto generosa in termini di successo venne intrapresa da Abraham Lincoln, sedicesimo Presidente degli Stati Uniti. Alla sua influente figura va congiunta grossa porzione delle attrazioni cardine. Una di queste, l’abitazione nella quale egli trascorse qualche anno in compagnia di sua moglie, si trova nel quartiere chiamato Lincoln Home National Hostoric Site. Non meno colmo di credito è il Lincoln Presidential Museum, assai proficuo nel gettare l’entrante nella tipica giornata trascorsa dal grande unificatore, le cui spoglie riposano all’Oak Ridge Cemetery.



Autorevole esponente portante vessillo dell’Oklahoma è Tulsa, quarantasettesima città statunitense per numero di abitanti accolti. Primo insediamento moderno che merita fugace ma non irrispettosa menzione è quello fatto sorgere nei primi tre decenni dell’Ottocento da un gruppo di nativi americani. Tanti sono stati gli anni nei quali a Tulsa fu dato il riconoscimento di capitale mondiale del petrolio. Man mano che ci si avvicinò ai giorni nostri, questa primazia venne man mano scalzata da una sensibile diversificazione economica. Diversi sono infatti i settori le cui radici hanno qui trovato condizioni favorevoli, dalla finanza fino ad arrivare all’ambito tecnologico. A dispetto di una non eccelsa propensione al turismo, di Tulsa sono egualmente apprezzabili tante delle sue costruzioni che, nello strizzare l’ammiccante occhio all’Art Decò, sono degno spettacolo per l’occhio attento. Codesta forma d’arte si distingue non soltanto per un largo utilizzo di materiali come alluminio e legno intarsiato, ma anche per la ripetuta fruizione di forme zigzagate o scacchi.




Istituita nei due anni che precedettero il convenzionale principio della sua contea di riferimento, quella di Quay, Tucumcari (Nuovo Messico) è il nome di una città le cui generalità sono collegate da nodo scorsoio a quelle non dissimili e ricoprenti un rilievo piazzatosi ad un tiro di schioppo. Nel 1964, Sergio Leone diresse proprio qui una pellicola, “Per un pugno di dollari”, che per spessore trova ancora oggi ampio riscontro. Il primo piano delle telecamere è base incuriosente, ma non bastevole nell’ipotesi in cui di questa città si voglia cercare di carpirne non tanto segreti che tali rimarranno, ma un’anima descritta ovunque ma centrata raramente. Tucumcari iconizza tutta la contraddittorietà di un’America meridionale nella quale le storie Apache condividono spazio equamente diviso con elementi culturali ispanici. Anteporre un piede all’altro lungo la strada che la taglia in due parti è come indossare un paio di scarpe comode, uscire di casa ed impegnarsi in una corsa che, come d’incanto, d’un tratto porta nelle camere ormai degradate degli anni Cinquanta. Garage privi di indispensabile manutenzione ed immagini murarie abrase dalle offese dell’età e raffiguranti figure ormai consegnate al mito come quella di James Dean, insieme a motel le cui luci trasfondano decadenza sono tutto quello che lecito attendersi se di qua si programma più o meno lunga sosta. Pernottare al Blue Swallow, motel che dal 1939 fornisce alloggio a coloro che transitano a Tucumcari, significherebbe avventurarsi in un’America stereotipata dalle iperboli, ma tenace nel preservare elementi tuttora intatti in alcuni dei suoi bordi. Vista la presenza di circa una quindicina di stanze, cosa buona e giusta sarebbe procedere ad una prenotazione che, per avere successo, deve esser fatta almeno un anno prima. Prima d’entrare, due automobili vintage daranno modo di gustare piccolo assaggio di quel che dentro attende impaziente.



Procedendo per un tratto di 268 chilometri, richiedente tempistiche di percorrenza non inferiori alle due ore e mezza di automobile, Santa Fe comproverà semmai ce ne fosse ancora bisogno tutte le difficoltà che si incontreranno nel congedarsi dallo stato del Nuovo Messico, tra i baluardi ultimi di particolarità locali ormai reciprocamente osmotiche. Capitolo aprente un romanzo tuttora in corso di mutevole redazione fu una fondazione allogabile al 1610. L’ispanicità che tra i suoi edifici si inspira si manifesta in primis nel quasi morboso attaccamento alla sfera religiosa di tanti dei suoi abitanti. Simboli cattolici, tinteggiati con colori a dir poco sgargianti, spesso segnalano la presenzialità di chiese le cui architetture sono orecchiabile melodia intitolata da parole zuccherine. Luogo di culto massimo è senza timore di smentita quello dedicato a San Francesco d’Assisi, da radiografare visivamente soprattutto per la scala che si inerpica trottolando infantilmente. Cervello pensante della città opera nella Santa Fe Plaza, epicentro economico e sociale della città. In principio, un possente insieme di mura fortificative la cingeva tutt’intorno, ammantando un complesso a sua volta caratterizzato dalla concitazione di caserme, di una cappella e di alcune residenze. In seguito, questo cordone in muratura venne dapprima abbattuto e poi rimpiazzato da abitazioni che inizialmente ebbero lo scopo di ospitare gli alti ufficiali spagnoli. Oggi, il sito è vibrante vivacità di un moderno che qui trotterella allegramente. Negozi, ristoranti e venditori ambulanti di cibo stroncheranno dal nascere ogni possibile sfaccettatura desiderante. Su uno dei lati del piazzale giace immobile il Palace of the Governors, costruzione richiesta nel 1610 dall’allora governatore della zona Pedro de Peralta. Efficace nel permettere alle palpebre di spalancare i battenti è l’American-Indian War Memorial, un obelo messo lì per narrare lo svolgimento di un conflitto che nel 1862 imperversò.



Santa Fe è il primo dei due punti che delimitano segmento il quale, proferendo parola pronunciabile per oltre cinque ore di viaggio, trascina l’animo viaggiante in altro stato e difforme città: Flagstaff (Arizona). Il maiuscolo dell’epiteto trova punta di freccia in un pennone di pino giallo fatto da una comitiva di scout bostoniani in occasione di un patriottica celebrazione. Stabilirsi qui per uno o due giorni darebbe materia ad una traversata sulla Route 66 che si avvia ad imboccare sentiero terminale. Chi di più vuol sapere di astronomia acquisirà nozioni bastanti recandosi al Lowell Observatory. Il comparire nella ristretta lista degli osservatori più antichi e considerati di tutti gli Stati Uniti ne ha fatto luogo nei confronti del quale il governo federale nutre interesse storico. Attivo nei giorni settimanali che vanno dal lunedì al sabato, il suo orario di apertura è compreso tra le 8 e le 22. Per entrare, un adulto dovrà sborsare una somma ammontante a 15 dollari, mentre per i bambini la quota è di 8 dollari. Se le tempistiche danno nullaosta a prolungamento che produttivo deve rimanere, il Coconino National Forest è posizione nella quale il pino giallo cresce senza sorgenti disturbatrici. Madre Natura autografa, nell’Arboretum che nel parco trascorre sia oscurità notturna sia biancore mattutino, composizioni consegnanti lustro a quasi 800 specie vegetali. Visite con tanto di guida ne semplificheranno l’assaggio.




Dal perfettamente colmabile dei suoi 137 chilometri di distanza, le luci di Las Vegas per poco non ravvivano una cittadina, anch’essa facente parte dell’Arizona, che si fa chiamare con pronuncia designativa di Kingman. Ragione che nello stare qui bullizza tutte le altre è l’Historic Route 66 Museum. Ubicato al secondo piano di un palazzo davvero molto caratteristico, l’esposizione che lo contraddistingue si ingioiella soprattutto con scatti fotografici di epoche ormai tramontate e diorami con manichini che nel dar verosimile dimostrazione di fedeltà storica immergono in una storia qui narrata nella schiettezza del pratico. Particolare che ancor più ne incentiverebbe l’ingresso è un prezzo del biglietto davvero ridicolo, soli 4 dollari. Senza portar via i ricordi di una splendida esperienza trascorsa nella struttura museale appena accennata, una giornata prossima al termine potrebbe richiedere annaffiatura in seppur modiche quantità di alcol. Responso del quesito si nasconde nella Desert Diamond Distillery, una distilleria artigianale dove degustare in cambio di qualche dollaro vodka e rum.

 


Spolverata di zucchero a velo su torta sfornata e tutto sommato venuta bene viene data da Los Angeles, centro nel quale il viaggio sulla storica Route 66 può reputarsi concluso. Essa potette farsi chiamare città soltanto nel mese di giugno del 1850, poco prima del riconoscimento della California come stato entrante nell’unione. Il cinema, forma d’arte che dall’infanzia al crepuscolo fa ad occhi aperti sognare, negli studi hollywoodiani beneficia di incondizionata libertà espressiva. Nella moltitudine della sua indefinitezza, in tanti modi ci si può qui rifocillare dopo così lunga traversata. Uno di questi, quello che forse stimola dose maxi di curiosità, contempla la possibilità di visionare nelle vesti di semplice ma privilegiato spettatore un match di NBA allo Staples Center, palazzo polisportivo non troppo lontano dal Los Angeles Convention Center. Erudizione verrà poi sprigionata dal Getty Museum, museo dislocato su due sedi distinte. Mantegna, Fouquet, Correggio, Van Gogh e Tiziano sono solo alcuni riduttivi esempi di autori la cui straordinaria inventiva vegeta su tele nel suo perimetro esposte. Creatività italica è saggiabile nel quartiere Watts. Le Watts Tower sono delle torri fatte di strisce d’acciaio, a loro volta totalmente ricoperte da materiali di risulta, come frammenti di porcellana e conchiglie. Nessun progetto supportò a monte un’opera che nella sua parte più alta raggiunge i 30 metri di altezza. L’impronta stilistica, del tutto inconsueta, attira a sé ogni anni migliaia di curiosi da tutto il mondo giungenti.

 


Consigli finali

Primo consiglio interessa il noleggio dell’auto. Essa, come facilmente si potrebbe immaginare, dovrà essere dotata di tutti quei confort in grado di rendere il viaggio meno faticoso. La scelta delle compagnie di noleggio è ovviamente ampia, pertanto appropriato sarebbe chiedere preventivo che possa anticipare l’esborso da sostenere in seguito. Di solito, si può pagare con carte di credito. Cosa sulla quale è bene non risparmiare concerne le assicurazioni, con un aumento della spesa che sarà inversamente proporzionale al sopraggiungere di vari ed evitabilissimi rischi. Come per tutti i voli, lungimirante sarebbe provvedere anticipatamente alla prenotazione, in maniera tale da ricavare risparmio da destinare altrove. Riguardo all’albergo, invece, una o due notti a Chicago daranno modo di godere di riposo utile a fronteggiare viaggio che può necessitare anche di una ventina di giorni. Per una stanza d’hotel a tre stelle, la tariffa è mediamente pari a 160 euro, circa 180 dollari.  In ultimo, c’è da a citare il periodo annuo migliore, che con ogni probabilità è quello dato dal duo primavera-estate.





2259

You may also like

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *