Pristina

La rinascita di Pristina

Il un luogo dove il piglio battagliero del conflitto ha avaramente distrutto tutto quel che nel proprio cammino ha incontrato, l’arrancante carcassa che ne rimane diviene un qualcosa che non soltanto simboleggia una rinascita che nella sua fisiologica successione avverrebbe comunque, ma al contrario una ferita il cui dolore persevera, morde, sparisce talvolta per poi riapparire ancor più molesto di prima. Poco più di due decenni fa, quella che superficialmente potrebbe apparire come una regione balcanica destinata a rimanere ancorata ad un inospitale anonimato si è, come d’incanto, tramutata in epicentro di una guerra dove rivendicazioni territoriali ed insofferenza razziale hanno soffocato quel poco di speranzoso barlume che rimaneva. Come un albero bruciato nei suoi rami ma perseverante nelle proprie veementi radici, Pristina ha saputo a piccoli passi acquisire le forze necessarie per rialzarsi, facendo riemergere le proprie membra da un fondale che, malgrado la sua accentuata profondità, vede nei colori tendenti al pastello potenziale e salvifica via di uscita. Ad un’indipendenza kosovara ancora piuttosto lontana dell’essere oggetto di accettazione unanime, ha replicato colpo su colpo una città capitale, Pristina, il cui ardore della giovinezza non intende rimanere ancorato ad un passato fatto di immani sofferente, ma al contrario vuole proiettarsi verso un futuro del quale vuol diventarne artefice diretta. A dispetto di traumi che con ogni probabilità non andranno mai via del tutto, il popolo che abita le strade di questo centro non ha perduto quell’umanità e quella dignità le quali, all’occhio di un turista che qui giunge per la prima volta, non attenderanno un solo attimo per mostrarsi in tutta la loro sobria umiltà. Nulla impedirà ad un abitante di Pristina di donare al viaggiatore smarrito tutto quel calore che solo un cittadino realmente innamorato della sua terra è in grado di emanare. Che si tratti di un consiglio disinteressato o di un’informazione che di fondamentale non ha assolutamente nulla, una donna o un uomo di Pristina conosceranno la maniera migliore per correre in aiuto, dando modo a chi non conosce la chiave di lettura corretta di imbattersi in un romanzo da leggere tutto d’un fiato. Appare qualcosa di molto diverso da una casualità il fatto che essa sia geograficamente situata nella parte centrale del Paese e che, alla stregua di una regina che dall’alto della sua posizione è nelle condizioni di impartire delle direttive, diventi quindi fulcro e principio di una forza sinergica vogliosa di una cassa risonante che ne possa testimoniare la volontà si esser considerata.

Origini ed itinerario

Per quello che riguarda le origini della sua denominazione, sono diverse e tra loro contraddittorie le opinioni in proposito. Quella che al momento appare più plausibile afferma che l’appellativo con il quale si fa odiernamente chiamare e desiderare da chi ne entra in contatto possa derivare dalla variante illirica del latino. Nel periodo in cui Pristina cadde sotto i fragorosi colpi della dominazione ottomana, la sua conformazione urbanistica subì una trasformazione notevole, imputabile anche e soprattutto alla costruzione di diverse moschee. A seguito di movimenti rivoltosi, nella seconda metà dell’Ottocento essa venne tuttavia venne riconsegnata agli albanesi, i quali tuttora rappresentano il nucleo etnico numericamente più esteso.

A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo appena ritiratosi, Pristina seguì le medesime e travagliate sorti di una regione, il Kosovo, nella quale le sempre più pressanti spinte autonomistiche sono spesso e volentieri state soffocate in un bagno soffocante di sangue umano. I colpi più violenti le vennero sferrati tra il 1997 ed il 1999, quando le truppe serbe ne rasero al suolo gli edifici, molti dei quali ad oggi visionabili sotto forma di resilienti ruderi.

Chiunque, per il prossimo viaggio, riesca senza alcuna possibilità di pentimento a cedere all’idea di toccare una meta trasversalmente differente da quelle solite, Pristina potrebbe costituire una soluzione da prendere in assoluta considerazione, anche a causa di prezzi legati al pernottamento assolutamente accessibili. Per un hotel a tre stelle, la spesa media a notte di aggira sui 42 euro. La tariffa sale leggermente qualora la scelta vada a ricadere su un albergo a quattro stelle, nel quale una stanza potrà arrivare a costare anche 60 euro a notte. Numerosi sono gli alberghi che costeggiano il bulevardi Nene Tereza, sicuramente la zona più centrale della città.

Trattandosi di una città dalla superficie non particolarmente voluminosa, visitarne le bellezze in tempi ragionevoli è impresa perfettamente raggiungibile. Malgrado sia gesto ai limiti dell’impossibile tentare di mettere a punto l’itinerario perfetto, quello che segue potrebbe andare incontro alle brame di una curiosità che, nel caso particolare di Pristina, è aspetto legittimo:

  • se è nelle cose più semplici che si riesce ad intravedere la reale ricchezza umana, è vero anche che Pristina è in via neanche tanto metaforica paragonabile ad un forziere che tra la fredda consistenza delle sue pareti assiste al riflesso multi cromatico delle sue amate gemme. Tra i lasciti più significativi del lungo dominio ottomano vi è senza ombra di dubbio alcuna la moschea Memeth Faith, edificata nell’anno 1461 in onore dell’omonimo sultano. In concomitanza del conflitto che, nel Seicento, vide tra loro contrapporsi le forze militari turche e quelle austriache, la moschea venne temporaneamente trasformata in luogo di culto cattolico, salvo poi tornare quasi immediatamente alla propria funzione originaria. Uno tra gli scrittori albanesi più influenti di sempre, Pjeter Bogdani, venne sepolto tra le proprie mura. Nel momento in cui gli ottomani riassunsero il controllo della zona, le spoglie dell’autore vennero riesumate e gettate in strada in segno di disprezzo;

 

  • seconda tappa di questo suggestivo percorso non può che essere il museo etnografico Emin Gjiku. Osservare con perizia tutto quello che questo luogo contiene significherebbe entrare nei meandri meno accessibili di una cultura le cui origini, a dispetto del suo non ignorabile fascino, rimangono troppo frequentemente ignote ai più. Contrariamente a molti musei sparsi nelle grandi capitali europee, l’ingresso prevede il versamento di un’offerta di carattere volontario. Abbastanza agevolmente ci si può imbattere in guide la cui mansione è quella di spiegare agli accorsi le origini e gli utilizzi di oggetti in ceramica, in legno ed in tessuto. Per ciò che concerne i primi, maestria particolare hanno mostrato di avere, in tutte le fasi della sua lavorazione, gli illiri. I metodi sono da questi stati trasmessi di generazione in generazione, per oggetti usati perlopiù nell’ambito della conservazione degli alimenti. L’intaglio del legno è un’altra delle arti perfettamente rappresentate in tale museo. Ognuno di questi arnesi ha saputo resistere all’usura del quotidiano, concedendo alla modernità attuale motivi artistici rimasti intatti e visibili nella loro fantasia. Altra tradizione molto antica è quella che interessa la lavorazione di tessuti come il lino. Il lato ornamentale delle creazioni esposte sono segno tastabile di credenze pagane la cui testimonianza è rara e preziosa quanto il più regale tra i diamanti. Questo genere di artigianato, in base a quello che affermano diverse fonti, si è sviluppata in egual misura sia nelle aree urbane che in quelle rurali;
  • terzo atto si intitola “NewBorn”, medesima intitolazione di un monumento che tra i suoi simboli alfabetici contiene molto più di un mero ed esclusivo significato letterale. Persino la cadenza della sua inaugurazione, il 17 febbraio 2008, non è casuale. In quel giorno, infatti, il Kosovo dichiarò unilateralmente la propria indipendenza dallo stato serbo. Ognuna delle sue lettere è stata graficamente stilizzata con i colori delle bandiere dei Paesi che questo processo lo hanno formalmente riconosciuto. Visto tutto quel che esso incarna, la sua creazione ha attirato di sé l’attenzione dei media internazionali, tra cui il giornale statunitense New York Times;
  • espressione ulteriore dell’anima futureggiante di Pristina è una delle proprie arterie principali, il bulevardi Nene Tereza. Benchè di acuti architettonici non vi sia quasi presenza, fare una bella e sana passeggiata su questo lungo viale permetterebbe di respirare la rinnovata vivacità di un centro il cui sviluppo è lento, ma costante. A spiccare sono certamente sia il Teatro Nazionale del Kosovo sia la statua di colui che tra gli albanesi viene considerato vero e proprio eroe nazionale: Giorgio Castriota Skanderbeg;
  • per un’immersione negli anfratti cartacei dell’universo culturale locale, dalla Biblioteca Nazionale del Kosovo si potrebbero trarre diversi e numerosi spunti. La sua fondazione risale al 1944, per un progetto il cui approccio visivo impattante va attribuito ad un’idea dell’architetto Andrija Mutnjakovic. Un centinaio di candide cupole sovrastano un insieme assai intricato di griglie in ferro che, insieme tra loro, danno i natali ad uno stabile che non passa certamente inosservato.

 

I piatti tradizionali

Analogamente alla tradizione gastronomica albanese, anche la cucina kosovara risente in molte delle proprie preparazioni di diverse influenze. Esempio lampante è il burek, prelevato seppur con qualche sparuta rivisitazione dalla gastronomia tradizionale turca. Scendendo maggiormente nel particolare, si tratta di una torta rustica il cui involucro si compone di un impasto molto simile a quello tipico della pasta fillo. Tra uno strato e l’altro viene spalmato uniformemente del burro, per una croccantezza finale davvero piacevole al palato. La guarnizione prevede l’uso di materie prime molto semplici, tra cui carme di maiale, spinaci e formaggio. Prima di infornare il tutto, la sua superficie superiore viene spennellata con del tuorlo d’uovo.

Altro bene ereditato fin dalla dominazione ottomana è un dolce il cui aspetto distintivo è rappresentato dalla presenza di tanto zucchero e di frutta secca: il baklava. Noci o pistacchi vengono qua e là sparsi su fogli sottilissimi di pasta fillo, a loro volta riccamente imbevuti con un intruglio composto da zucchero e succo di limone.

Espressione maggiore delle bevande kosovare è infine la boza, bevanda a base di malto che acquisisce una colorazione biancastra. In Kosovo, il suo consumo avviene perlopiù a prima mattina, in occasione della prima colazione.

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