Porto rediviva

Ad incorniciare una città della quale ogni angolo è verso di una poesia che ristora i sensi ed eccita la voce intonante è la parete nord occidentale di uno stato, il Portogallo, dove malinconica riflessività e rallegrata contentezza sono facciate opposte di una medaglia da esporre lì dove è mirabile. Strade che salgono e scendono con la stessa repentinità di un uomo innamorato che raggiunge la propria amante, case declinanti tenute in piedi dalla veemente inerzia delle tradizioni di cui esse sono rappresentazioni simboliche ed un  popolo descrivibile con attributi diamantati è tutto quello che caratterizza una città di Oporto che, malgrado i tempi funesti, è destinazione da vagliare con ossequiante affabilità. Con frequenza radente, Porto è inoltre soprannominata con una denominazione, quella di “Città invitta”, che è pertinente qualificazione di un posto il quale, fin dai temi della sua fondazione, mai ha subito assoggettamento né dei Mori né dell’armata napoleonica. Dal punto di vista economico, la rivalità che la contrappone alla Capitale Lisbona è sempre stata evidente. Nelle vesti di città settentrionale, molte aziende facenti capo a proprietà portoghesi hanno deciso di stabilire qui la propria sede regina. I vocabolari stampati da Porto Editora, una delle case editrici che qui han fatto penetrare le proprie radici, sono tuttora considerati vero e proprio punto di riferimento per quel che attiene l‘idioma portoghese.

Le tappe da toccare

Lì dove i battiti del cuore di Oporto possono essere uditi con nitidezza, la chiesa di San Francesco rimembra ai visitatori quanto la spiritualità possa ricoprire ruolo preponderante all’interno dell’animo del fiero e codiale popolo lusitano. La sua messa in opera, il cui completamento ha reso necessario un lasso temporale non inferiore ai 27 anni, è stata nelle proprie fasi iniziali intrapresa nel 1383. La planimetria ricorda molto da vicino quella che caratterizza gran parte degli edifici religiosi che vestono a festa il territorio dello stato iberico. Nel corso dei secoli, il suo aspetto originario non è fortunatamente divenuto vittima di interventi strutturali che, spesso e volentieri, tendono a stravolgere eccessivamente bellezza che invece deve rimaner naturale e priva di filtri. Nel tratto temporale compreso tra il Quattrocento ed il Cinquecento, facoltose casate aggiunsero alla costruzione madre cappelle lateralmente poste. Tra queste, sarebbe impossibile non fare menzione della cappella di San Giovanni Battista. Unico e solo aggiustamento colpì come freccia nulla affatto velenosa le pareti interne della chiesa di San Francesco. Quel che balza fin dall’immediato all’occhio è rintracciabile in rivestimenti che, senza nascondere segreto alcuno, sono perfettamente attinenti con una tecnica scultorea il cui appellativo è talha dourada. Il portale, orientato a meridione e scrutante il fiume con la coda dell’occhio, gode nell’esibire sfacciatamente un’impronta stilistica che del gotico fa ingrediente preponderante.

Fenomeno architettonico che tra gli emblemi di Oporto beneficia di considerazione incondizionata è il ponte Dom Luis I. A proposito delle le sue dimensioni, queste ultime possono essere facilmente riassunte in un’altezza ammontante a 45 metri ed in una lunghezza del tratto percorribile che invece non varca verso l’esterno il limite di 385 metri. Eretto nella seconda metà dell’Ottocento, esso è dedica nominalmente neanche troppo celata a Luigi del Portogallo, trentaduesimo sovrano dello stato i cui confini occidentali affacciano sull’Oceano Atlantico. Il progettista sul cui ingegno si fece allora affidamento fu Theophile Seyring, noto per aver conferito inventiva e competenza ad un numero nulla affatto esiguo di infrastrutture portoghesi. Fin da principio, esso avrebbe dovuto avere il compito, su due strati tra loro distinti, di permettere il normale e scorrevole traffico veicolare. A partire dal 2003, tuttavia, il livello che più in alto si trova è stato appositamente dedicato allo scorrimento dei mezzi facenti parte della metrotranvia cittadina.

Terza tappa di quello che appare un viaggio fatato tra gli scorci maggiormente degni di ammirazione della seconda città lusitana per influenza economica, dopo la Capitale Lisbona, è rappresentata dalla sua cattedrale, da terra innalzata nell’anno 1110. Il trascorrere concitato del tempo riuscì nell’intento di lasciare intatto solo qualche elemento dello stile romanico che ne contraddistingueva le prime fasi della sua esistenza terrena. Ai giorni nostri, infatti, lo stabile è variegatura seppur armoniosa di espressioni artistiche che vanno dal gotico al barocco fino ad arrivare al romanico. Pregevolezza palese avvolge d’un incarto ricercato sia il rosone che l’altare maggiore, componenti entrambi aventi firma dell’architetto di origine italiana Nicola Nasoni. Altrettanto cinta d’una meraviglia che tra le pareti del cuore attecchirà è il piazzale antistante, Terreiro da Sé. Adeguamenti imponenti furono sulla sua superficie decretati negli anni Quaranta del secolo scorso, quando per lasciarle spazio sufficiente vennero rasi al suolo diversi elementi di origine medievale. Frontalmente alla cattedrale c’era la Cappella dei Sarti, dapprima smantellata, poi fatta resuscitare ed infine fatta traslare nel 1953 a Rua do Sol, arteria cittadina dove ai giorni nostri tuttora riposa beatamente.

Rare sono le volte in cui si accede all’interno di una stazione ferroviaria, preferendo la sua contemplazione all’usufrutto di treni i quali, nel caso particolare della stazione di Sao Bento a Porto, sono aspetto parimenti importante ma non svettante sul resto. L’ostentata aristocraticità della sua facciata potrebbe condurre a pensare che è qui che tutta la beltà si assembra. Penetrare all’interno, invece, farà in modo che tale idea si tramuti in men che non si dica in diceria volatile. Le oltre 20.000 piastrelle, tinteggiate esclusivamente in blu ed in bianco, sintetizzano meglio di qualsiasi libro la storia del Portogallo, Paese del quale ci si innamora come si fa con una dama suadente. Sono approssimativamente quantificabili in un milione i passeggeri che ogni mese fanno scalo in colei che per dovere di cronaca va inserita nella lista delle stazioni ferroviarie più affollate e fruite di tutta la penisola iberica. La sua inaugurazione va fatta risalire al 1916, con le piastrelle che al contrario sono diventate destinatarie di un ampio progetto restaurativo nel 2011. L’onorevole obiettivo di valorizzarne ancor di più l’impatto prettamente visivo ha permesso a coloro che della sua gestione si occupano di mettere a punto un sistema di illuminazione all’avanguardia, capace di raccogliere sotto lo stesso tetto sia la funzionalità del pratico sia l’irresistibile scioglievolezza di elementi verso i quali ogni occhiata è esperienza da ripetere fino a sfinimento .

Considerata, con perfetta e lucidissima cognizione di causa, come una delle librerie più belle sorte in un globo terrestre il cui suolo ne è tuttavia sempre più scarno, la Libreria Lello è luogo d’incontro anche per chi non allestisce prioritario spazio alla fragranza inebriante del cartaceo. Piazzatasi in seconda posizione tra le librerie più antiche del Portogallo, dietro all’ancor più vetusta Libreria Bertrand (Lisbona), essa iniziò a brillare di luce autonomamente riflessa nel 1869. Del migliaio di astanti che a cadenza giornaliera ne gremiscono le pareti, è statisticamente provato che solo la metà varcano l’entratura per acquistare realmente un volume. Istantaneo sarebbe immaginare che, tra gli autori che di successo più si fregiano, vi è Fernando Pessoa, morto a Lisbona nel 1935. Il sottile velo di trucco che ne sormonta il viso scaturisce dal tratto miscelante dell’ingegnere Francisco Xavier Esteves, che per essa si assunse la responsabilità tanto ardita quanto andata a buon fine di mescolare vicendevolmente lo stile liberty con quello gotico.

Distante non più di qualche tartarughesco passo dalla chiesa di San Francesco, il Palacio da Bolsa corre il serio ma evitabile rischio di cadere in quell’oblio il cui fondo è reso ancor più lontano dalle disattenzioni dei turisti meno concentrati. Impiantato nel 1842 per ordine dell’associazione commerciale locale, questo ammiccante palazzo ebbe fin dai suoi primi di anni di vita il dovere di dar forma tangibile alla volontà di potenza del popolo lusitano. Malgrado un completamento dell’opera che sopraggiunse otto anni dopo rispetto alla prima tornata, il velo decorativo che internamente ne acciambella i muri perimetrali le venne indosso confezionato solo nel decennio d’apertura del Novecento. Alcuni dei dipinti portano firma inconfondibile di Josè Maria Veloso Salgado, pittore nato in Galizia ma acquisente in seguito cittadinanza portoghese. La stanza che in ordine di importanza primeggia è anagraficamente conosciuta con il nome di “sala Araba”. Deliziosamente ornata in stile Neomoresco, essa viene non di rado utilizzata per ricevere importanti personalità giungenti da tutto il mondo. Il suo ingresso prevede l’acquisto di un biglietto dal costo di 10 euro. I bambini di età inferiore ai 12 anni entreranno gratuitamente.

 

In ultimo, ma non per preziosità certificata, c’è il quartiere Ribeira. Riconosciuto dall’UNESCO come bene appartenente a tutta l’umanità, le sue stradine sembrano serpentelli che tra loro amoreggiano, incuranti dello sguardo dei passanti. Il ciottoloso pavimento, insieme alle arterie che seguono brusco movimento discendente, potrebbero per potenzialità mostrate scoraggiare chi è eccessivamente abituato all’agiatezza della quotidiana comodità. Nel tentare di controbilanciare tale probabile inconveniente, a correre in altruista aiuto sono le caratteristiche abitazioni, tinteggiate da colori pastello che costituiscono moderno manifesto alla gioia di vivere. In corrispondenza delle rive del fiume Douro, piccole barche sono in schiacciante maggioranza deputate al trasporto del vino Porto. In base a quello che sostengono diverse testimonianze cartacee in proposito, sembra che in questo quartiere sia venuto alla luce nel 1394 Enrico il Navigatore, personaggio i cui effetti della sua palese influenza vennero in toto riversati nel periodo in cui poste in essere furono le prime esplorazioni verso il Nuovo Mondo.

Cibo ed hotel

Per una gita a Porto che possa cingersi di ogni onore e di tutta la gloria da quest’ultimo accorrente, cibarsi delle sue leccornie sarebbe gesto apprezzato non soltanto dai locali, ma anche dalle papille gustative. Primo manicaretto non omissibile è dato dalle frittelle di baccalà, soprannominate nell’idioma lusitano pasteis de bacalhau (costo medio 3 euro).  Si è in presenza di piccole polpettine fritte, particolarmente adatte sia a pranzo che in occasione di pomeridiano aperitivo, il cui semplice impasto si compone essenzialmente di baccalà precedentemente privato della pelle e delle spine, prezzemolo, aglio, farina, uova e cipolla.

La storia che guarda le spalle alla Tripas a Moda do Porto (costo medio 5 euro) è singolare ma raccontabile. Sembra infatti che, prima di partire per una delle sue avventure, Enrico il Navigatore abbia chiesto alla popolazione di Porto di donare per quanto possibile tutte le derrate alimentari necessarie al viaggio. Gli abitanti, la cui risposta fu più che soddisfacente, furono per lungo tempo costretti ad accontentarsi di un taglio di carne, la trippa appunto, che oggi è ingrediente di punta della cucina del posto. I componenti di questa preparazione sono in questo modo elencabili: trippa, pancetta, salsiccia, fagioli bianchi e salsa di pomodoro.

Il sensore calorico supererà i livelli di guardia con la francesinha (costo medio 10 euro). Due spesse fette di pane in cassetta vengono intermezzate da strato ancor più corposo di salsiccia, affettati vari ed una succulenta bistecca bovina. Il tutto viene reso ulteriormente godurioso da una mantella di filante formaggio, per uno scontro di consistenze adatto ai fegati più allenati.

Chiunque possa per errore pensare che dalla guida sia stato colpevolmente depennato il vino Porto, erra per distacco. Sarebbe infatti madornale errore congedarsi da questa ridente e finalmente rivalorizzata città senza gustarne un calice. La sua produzione avviene solo e soltanto previa lavorazione di uve partenti dalla ragione del Duoro, una striscia di terra che dista un centinaio di chilometri. Il prodotto, per via di una fermentazione sospesa anticipatamente, appare dolciastro e carico di sentori che in accompagnamento ai dessert trovano terreno fertile. Da ormai una decina d’anni, alcune delle cantine hanno iniziato a produrne una variante rosè, dal sapore non troppo coprente e fruttato.

Per quello che concerne gli alloggi, l’esborso mediamente richiesto è aumentato da quando Porto è diventata tratta di diverse rotte low cost. Se l’intenzione è quella di sbarcare qui nel mese di settembre, le tariffe per una stanza all’interno di un hotel a 3 stelle vanno dai 50 ai 90 euro a notte. Costi relativamente superiori interessano invece gli alberghi a 4 stelle, i cui prezzi possono raggiungere anche i 130 euro.

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