Molise vuol dire bellezza

Ingenua è la fortunatamente soggettiva opinione di coloro i quali, nel reputare il Molise una regione che dal loro frettoloso punto di vista semplicemente non esiste, non mancano di versare in tale malsana e nulla affatto veritiera versione un filo di cattiveria il cui gusto amarognolo è destinato a rimanere in bocca fino a sufficiente smentita. Ebbene, ai detrattori di questa splendida regione sarà fatta pervenire dimostrazione concreta di quanto, agli effetti pratici e non discutibili dei fatti, la sua magia possa essere talmente grande e potente da centrare l’intento di far cambiare opinione anche a chi dallo scetticismo si fa passivamente accecare. Se un luogo si introduce nell’intimità dei pensieri, chi sono gli altri per negare al mondo la sua esistenza? Se da esso ci si allontana per trovare fortuna, quale gomma potrebbe essere così potente da cancellarne un amore privo di condizioni? Se ciò che lo rende speciale sta in una costa lontana dal convulsivo viavai di mete che in più posseggono solo la notorietà, da monti che da un romanzo tolkeniano sembrano essere usciti e da borghi dove intatte sono tradizioni di generazione in generazione tramandate, quale viaggiatore distratto potrebbe infine far finta di nulla? Rinnegarne il sacrosanto diritto di brillare di luce propria, oltre che essere atto che della dignità si spoglia, diverrebbe sintomo di preparazione assai scarsa ed alla quale poter rimediare semplicemente recandovisi. Nessun aroma potrà essere paragonato a quello di un’aria pura dove disintossicarsi dall’artificiosità cittadina è gesto amoroso verso sé stessi. Nessuna materia prima, come quelle qui ancora reperibili, saprà in egual modo di buono e di genuino. Tanti saranno gli scorci da incanalare in una mente che non smetterà di rimembrarli per non cadere in disgrazia. Altrettante saranno le persone che doneranno disponibilità e dispenseranno informazioni in cambio di nulla. Seppur bassa nella sua statura e giovane in un’istituzione avvenuta sono negli anni Sessanta del secolo scorso, il Molise è dimostrazione toccabile di quanto si possa facilmente capitolare di fronte ad un luogo comune ma, di contro, farsi attirare ancor più velocemente dall’ irresistibilità di una realtà terrena nata per spazzar via ogni serpeggiante maldicenza. Due sono le provincie che politicamente la dividono. A separare i due capoluoghi provinciali sono soltanto una cinquantina di chilometri, colmabili nel giro di 45 minuti circa. Tre le regioni che la circondano vi sono: la Puglia nel meridione, l’Abruzzo nel settentrione, la Campania ed il Lazio ad occidente. La denominazione che ne permette ancora troppo sporadica riconoscibilità deriva con ogni probabilità da “De Molisio”, cognome di coloro che nelle epoche passate detenevano la proprietà del contado. I comuni, delicatamente spalmati sulla sua superficie, sono 136 in tutto, di cui 84 appartenenti alla provincia di Campobasso ed i restanti 52 facenti parte della provincia di Isernia. A dispetto di una costa lunga soli 35 chilometri, da ormai diversi anni le località balneari molisane (Termoli e Campomarino su tutte) sono riceventi dell’ambitissimo riconoscimento di “Bandiera Blu d’Europa”. Le comunità posizionate nelle immediate vicinanze sono caratterizzate dalla presenza di minoranze linguistiche albanesi e croate. Da Termoli, quella che è senz’altro la località balneare maggiore, partono a cadenza giornaliera corse marittime per la Croazia e per le vicine Isole Tremiti. Per quello che riguarda l’entroterra isernino, vaste sono le aree boscose che ne rivestono l’estensione, così come sono molteplici le riserve naturali dove poter trascorrere ore di relax. Un paio di esempi potrebbero essere rappresentati dalla riserva naturale Torrente Callora di Roccamandolfi (50 ettari di superficie) e dalla riserva naturale di Montedimezzo, a Vastogirardi.

Il percorso

enza partire dal capoluogo regionale, Campobasso, intraprendere questo viaggio in Molise significherebbe preterire tappa colma d’importanza. Il territorio sotto la sua giurisdizione posto consta di due porzioni le cui differenti origini sono ampiamente testimoniate dall’impronta stilistica delle architetture. Una di esse è medievale, mentre la seconda è icona della candida leggiadria ottocentesca. Da un’altura dove tutt’intorno il centro abitato si è nei secoli espanso, il Castello Monforte si erge in tutta la sua ciclopica possenza. Diverse sono le tracce, sopravvissute ai giorni nostri, di un ponte levatoio e di una coppia di torri originariamente erte a scopo sostanzialmente difensivo. Le sparute finestre, per via delle dimensioni anguste che le contraddistinguono, vengono spesso confuse con le egualmente ristrette feritoie. Una torre di forma somigliante ad un rettangolo ospita al proprio interno una delle stazioni metereologiche più alte del territorio italico. Dagli interni, piuttosto spogli a dire il vero, una scala conduce ad una terrazza dalla quale ammirare il panorama sottostante. Il centro storico campobassano, tuttora genuinamente vissuto da numerose botteghe artigiane e da una densità abitativa che alla modernità sopravvive, ospita tra le sue tante meraviglie quella ancor più splendente di palazzo Mazzarotta, costruzione risalente al Cinquecento e sede del Museo Sannitico. Fondato subito dopo l’Unità d’Italia, questo sito museale trattiene tra le sue mura reperti dell’antico Samnium, lembo di terreno che odiernamente coincide con il territorio molisano. Gli elementi che dell’esposizione sono parte integrante sono stati inizialmente catalogati tenendo conto di soli 4 parametri: persone, case, attività e culti. L’aggiunta di oggetti ulteriori, che tra Preistoria e l’Alto Medioevo sono compresi, ha provocato una variazione dei criteri di catalogazione, ad ora attinenti all’aspetto prettamente cronologico. Il prezzo di entrata per il Museo Sannitico è di 4 euro. Lontano il tempo di una gradevole passeggiata in centro è il Museo dei Misteri, stabile nelle cui pareti sono situate le strutture che di una delle feste molisane più popolari, il Corpus Domini, sono apparizione regina. Quel che decreta la fortunata nomea del Festival dei Misteri è la sfilata di ingegni i quali, fabbricati con una lega tuttora sconosciuta e scoperta dallo scultore locale Paolo Saverio Di Zinno, raffigurano scene che alla religiosità danno tocco ulteriore attraverso i figuranti che su tali baldacchini salgono. Sono in tutto 13 le creazioni che, lungo un percorso che anno dopo anno rimane invariato, vengono trasportati a mano da una schiera di portatori. Due stanze del Museo dei Misteri sono interamente dedicate all’esposizione dei congegni, mentre in quella rimanente vengono periodicamente organizzate proiezioni che ripercorrono la storia della manifestazione, aggiuntivamente insaporita da una grossa fiera all’aperto dove poter fare ogni genere di acquisto.

Distante mezz’ora di auto da Campobasso, Riccia si piazza in decima posizione, per densità abitativa, tra i comuni molisani. La strada statale che per arrivarci va attraversata offre, ancor prima di raggiungere le sue frontiere, una vista che neanche troppo celatamente lascia immaginare la bontà delle rimanenti portate. Venendo da Campobasso, infatti, sulla destra si avrà opportunità di visionare nitidamente la sagoma di una torre che, nel XII secolo, venne eretta su quello che rimaneva di un’antichissima fortificazione sannita. Nel Cinquecento, una sua parziale riconversione la tramutò in vera e propria cittadella militare. Alla fine del Settecento, una rivolta provocò in alcuni punti della sua facciata sfregi che dello splendore primordiale hanno mutilato spirito ed apparenza. La base su cui il castello poggia è fatta di una parete rocciosa che, scendendo a strapiombo lungo la vallata sottostante, condurrebbe ad un fiumicciattolo le cui rive sono comunque raggiungibili per mezzo di un percorso naturalistico negli ultimi anni appositamente messo a punto. La conformazione dell’edificio è cilindrica, con beccatelli in pietra che attorniano la cima componendo quasi una corona. L’esperienza riccese va perfezionata facendo scalo in ulteriori due siti, posizionati nelle immediate vicinanze della torre. Il primo, distante non più di una cinquantina di passi, è il Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari. Sviluppatosi su due piani, lo stabile sfoggia a chiunque abbia volontà di apparire in prossimità del suo uscio di ingresso un insieme articolato di arnesi e di oggetti attraverso i quali la trazione contadina della popolazione autoctona diverrà molto più di semplice oggetto d’immaginazione. Secondo luogo, collegato altrettanto bene alla torre, è la Chiesa di Santa Maria delle Grazie. La sua zona interna dispone di una navata soltanto, divisa a sua volta in due partizionamenti da un arco monumentale. A regalare addizionale solennità alla chiesa è la presenza di sepolcri dove riposano le anime dei componenti della famiglia Di Capua, casata della quale Riccia fu feudo fino al XIX secolo.

Nel caso in cui il soggiorno molisano coincida con l’incedere della bella stagione, Termoli è destinazione che si preannuncia senz’altro gradita. La sua bocca carnosa pronuncia melodie che, espresse nel linguaggio universale del mare, portano all’orecchio degli astanti qualcosa che non approva doppione. Quando il sole si nasconde dietro la parete invalicabile ed irraggiungibile dell’orizzonte, una passeggiata nel borgo antico termolese allieterà cuore ed anima. Una delle sue più lampanti peculiarità è data da quella che nel dialetto locale viene soprannominata “la rejecelle”, un vicolo talmente angusto da permettere il transito di una persona alla volta, a condizione tuttavia che si metta col corpo di traverso. Medesimo criterio architettonico delle palafitte caratterizza i trabucchi, composizioni lignee dalla quale prima si era soliti pescare e che dal borgo antico non sarà difficile osservare. Tra gli stabili storici più noti di Termoli compare anche il Castello Svevo, venuto alla luce nell’XI secolo in concomitanza della dominazione normanna nella zona. Similmente al Castello Monforte di Campobasso, esso è tuttora sede di una stazione metereologica. Alloggiare in hotel a Termoli, nel pieno della stagione estiva, comporta un esborso che, per una struttura a tre stelle, è compreso tra i 55 ed i 70 euro. Per un albergo a 4 stelle, invece, i costi possono arrivare a sforare anche i 110 euro.

In 25 minuti circa, da Termoli si potrà partire sbarcando in un altro dei comuni molisani più importanti: Larino. Quello che il finestrino dell’auto mostrerà durante il breve tragitto saranno uliveti dai quali ricavare, all’arrivo dei primi mesi autunnali, un olio extravergine ovunque apprezzato per le sue proprietà organolettiche. Localizzabile nella zona di Piana San Leonardo, l’anfiteatro romano è senza ombra di dubbio alcuna uno dei maggiori lasciti storici presenti in regione. Nato a cavallo tra il 70 ed il 150 d.C, esso denota una foggia ellittica ed un numero pari a 4 di ingressi principali. Se una delle sue parti è posta superiormente alla strada, il suo segmento restante si trova invece a 6 metri circa di profondità. Per gli amanti degli acquisti, la Fiera d’Ottobre darà modo di scegliere tra merci di ogni genere, da quelle appartenenti al comparto enogastronomico fino ad arrivare a quelle che del settore agricolo sono espressione.

Poco meno di un’ora e mezza basterà, da Larino, per piombare ad Isernia, terza città molisana per popolazione dietro Campobasso e Termoli. Emblema della ricchezza storico-culturale della stessa è in primis la fontana Fraterna. Originariamente occupante la piazza che frontalmente incrocia la chiesa della Concezione, essa venne a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale spostata in Piazza Celestino V, dove i battiti della città si sentono ancor più forti. Discostandosi leggermente dalla linea mediana di Isernia, ci si imbatte nell’eremo dei Santi Cosma e Damiano. Diversi studi affermano che in questo luogo veniva venerato Priapo, divinità protettrice della fertilità. All’anno 1130 risalgono le notizie inerenti la costruzione di una piccola chiesetta, fatta ristrutturare nel Cinquecento dal vescovo Numaio. Dagli scavi archeologici che nell’area de “La Pineta” sono stati eseguiti, i reperti rinvenuti sono in toto tenuti d’occhio nel Museo Nazionale del Paleolitico di Isernia, aperto nel 1999. Esemplari di Homo Erectus abitavano il circondario, facendo di tutta la zona punto attualmente meritevole di estremo interesse. Stabilitosi a ridosso di un corso d’acqua, questo insediamento umano visse perlopiù di caccia e di raccolta. Ogni anno, al museo affluisce mediamente un pubblico pari a circa 11.000 paganti. Il biglietto di ingresso ha un costo di 4 euro.

Sesta ed ultima città che nell’itinerario in crosta molisana va inserita è Venafro, comune di 11.000 abitanti circa confinante sia con il Lazio sia con l’alto casertano. L’apice del borgo è rappresentato dal Castello Pandone, eretto nel X secolo su alcune opere murarie sannitiche. Immediatamente dopo il sisma che nel 1349 ne danneggiò alcune sue parti, gli Angioini decretarono l’aggiunta di tre torri dalla forma cilindrica e da un fossato. Colui che nei primi tempi della sua esistenza fu complesso fortificato divenne, ad opera di Enrico Pandone, una residenza satura di signorilità. Le sale interne dell’edificio vennero in poco tempo addobbate da affreschi effigianti i cavalli di proprietà del conte. Appena fuori Venafro, il cimitero militare francese irrompe nella sua atmosfera declamatoria. Allestito tra il 1945 ed il 1946, nel cimitero giacciono i corpi di oltre 6.000 soldati caduti nella Seconda Guerra Mondiale, fetta corposa dei quali era di nazionalità marocchina o tunisina. Parti distinte di esso occupano caduti in base al loro credo religioso. La sezione dall’ingresso più lontana è ad esempio dedicata agli uomini di religione ebraica o animista.

Le festività

Seppur cadenti in periodi dell’anno diversi, tra le festività molisane che almeno una volta nella vita varrebbe la pena visitare ci sono:

  • la Carrese. Si tratta di una corsa a squadre nella quale dei carri, trainati da buoi, gareggiano contendendosi un titolo di vincitore che conserveranno fino all’edizione dell’anno seguente. Codesta manifestazione avviene, con regolamento pressochè immutato, nei comuni di San Martino in Pensilis (CB), Ururi (CB), Portocannone (CB) e Chieuti (FG). Prendendo ad esempio il comune di San Martino in Pensilis, essa coincide con i festeggiamenti del santo patrono, San Leo;

  • a circa 7 chilometri da Riccia, Jelsi apre il proprio portone di casa a chiunque, il giorno del 26 luglio, dall’Italia e dal mondo voglia diventare spettatore diretto della Festa del Grano dedicata a Sant’Anna. Nata nel 1805, dopo un terremoto rovinoso, la ricorrenza in questione si ancora sulla predisposizione di carri interamente e certosinamente rivestiti da chicchi di grano. Il corteo al quale tali carri prendono parte percorre la strada maestra del paese, inscenando uno spettacolo unico nel suo genere;
  • nei giorni dell’8 e del 24 dicembre, ad Agnone e Civitanova del Sannio (IS) prende il via la ‘Ndocciata, una parata di grandi fiaccole la cui forma è molto simile a quella di una raggiera. Cinque sono le contrade di Agnone che prendono parte alla ‘Ndocciata, tenutasi nel 1996 a Roma in concomitanza con i festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario di sacerdozio di Giovanni Paolo II.

Il cibo

Nel dedicare paragrafo chiudente alla cucina molisana, l’impressione è che tale sia l’ambito che richiede scelta più ostica. Se tre è il numero perfetto, altrettanti saranno quindi i suggerimenti, primo dei quali prende il nome di “pampanella”. Potrete cibarvi di questa leccornia qualora la vostra scelta ricada sulla Carrese di San Martino in Pensilis, dato che è proprio lì che essa viene fatta. La preparazione prevede l’uso di carne di maiale fatta cuocere al forno e condita con generose dosi di aglio e peperoncino.  A cottura avvenuta, la pampanella esibisce una colorazione tendente ad un rosso acceso.

Altro piatto tipico molisano è la “pizza e minestra”, composta da verdure selvatiche e da una pizza preparata con farina di mais. Dopo aver fatto cuocere la pizza per un lasso di tempo non inferiore ad un’ora, questa viene spezzettata ed aggiunta alle verdure prima sbollentate in acqua e sale.

Terzo ed ultimo suggerimento sono i “calzoni di San Giuseppe”, prelibatezza che a Riccia (CB) unisce sacro e profano. Preparati in occasione della loro tavolata in onore di San Giuseppe (19 marzo), si è in presenza di involucri fatti di una pasta sfogliata e riempiti con una purea di ceci, miele e cannella.

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