Madaba ed i suoi mosaici

Distante poco più d’una trentina di chilometri dalla Capitale giordana Amman, Madaba ha nei secoli intrecciato le proprie sorti con quelle di un’antica arteria, la Via Regia, congegnata circa 5.000 anni orsono. Alcuni reperti sono apparsi efficaci nel dimostrare la presenza, lungo parte del territorio ad oggi appartenente alla città, di insediamenti umani risalenti addirittura all’Età del Ferro. Nel 106 d.C., l’odierna Madaba venne posta sotto l’egida romana. Malgrado l’acquisizione di un’importanza all’epoca sempre crescente, essa rimase, contrariamente ai centri di Pella e Jerash, una città comunque secondaria. La sua influenza aumentò esponenzialmente quando quello cristiano divenne il culto imperante tra i romani. Madaba, allora, divenne sede di un vescovato.  Nel 614, la città venne annessa all’Impero sasanide, divenendo suo malgrado oggetto di un tanto lenta quanto inesorabile decadenza. La sua rinascita, in tutti i sensi, avvenne un millennio più tardi, quando circa 2.000 individui praticanti la religione cristiana decisero di insediarsi proprio qui. Dopo aver descritto seppur brevemente parte della sua storia, è il momento di imbatterci in un viaggio che speriamo vi piacerà. Andiamo!

 

La chiesa di San Giorgio

Descrivendo con perizia Mataba, quel che innanzitutto faremo sarà far menzione del sito ospitante un manufatto, la Mappa a Mosaico, che tra i tesori in loco custoditi è quello che più degli altri eccelle per preziosità. Eretta da terra nella seconda metà dell’Ottocento, la Chiesa di San Giorgio (ingresso: 1 dinaro giordano) venne fatta oggetto di consacrazione nel 1896. Durante la sua posa in opera, ad affiorare fu un qualcosa, la mappa appunto, che in conti fatti rappresenterà la ragione regina per la quale qui giungerete. Per importanza, la chiesa di San Giorgio è tuttavia immettibile nella lista comprendente i maggiori edifici cristiani ubicati sul territorio giordano. Quando, per dare ad essa le sue attuali fattezze, vennero posti in essere i lavori di scavo, ad affiorare tra i resti a loro volta appartenenti ad una chiesa bizantina antichissima fu appunto un mosaico con ogni probabilità risalente al 560 d.C. Gli studiosi, nel datare un’opera da scrutare con tutta l’attenzione che indubbiamente merita, sono stati facilitati nel loro difficoltoso compito dall’assenza, sulla superficie della Mappa a Mosaico, di stabili congegnati nella città di Gerusalemme successivamente al 570. Colui che per la sua realizzazione dovremmo ringraziare appare tuttora privo di una sicura denominazione.

Questo, però, non ha impedito di giungere alla conclusione che, quasi sicuramente, tra i suoi artefici vi siano stati individui appartenenti alla folta comunità cristiana di Mataba, nella quale allora risiedeva un vescovato. Circa un secolo dopo, il centro venne conquistato dai persiani. Nell’anno 746, invece, un rovinoso sisma esercitò la propria veemente morsa su una città la quale, per via delle distruzioni provocate, venne man mano lasciata in balia del proprio destino. Il mosaico, impresso sulla pavimentazione, è rintracciabile in corrispondenza dell’abside. Contrariamente ad una mappa normalmente redatta ai giorni nostri, essa non volge a settentrione, ma ad oriente. In origine, le sue dimensioni erano sintetizzabili in lati la cui lunghezza ammontava, rispettivamente, a 21 e 7 metri.

I pezzi che nell’affiancarsi vicendevolmente ne plasmavano i connotati erano più o meno 2 milioni. Il metraggio odierno, anche e soprattutto a causa di danneggiamenti che negli anni si sono succeduti, è relativamente mutato ed è quindi pari a 16 per 5 metri. I motivi grafici riportati lungo tutta la sua estensione sono i più diversi. Quel che fin dall’immediato sarà capace di catturare il vostro sguardo va circoscritto non soltanto nella presenza di un Mar Morto attraversato da qualche imbarcazione, ma anche nella permanenza di ponti volti a mettere tra loro in collegamento le due sponde del fiume Giordano. In uno dei suoi angoli è inoltre rinvenibile la rappresentazione, purtroppo storpiata, di un felino intento a cacciare una gazzella. La porzione centralmente posta della Mappa Mosaico costituisce tuttavia un chiaro suffragio alla città di Gerusalemme, lì dove i tre culti monoteistici principi attualmente coesistono. Il mosaico sfoggia con chiarezza alcuni degli scorci più significativi stazionanti dentro le mura della città santa. Dalla Porta d’Oro alla Porta dei Leoni fino ad arrivare alla Chiesa del Santo Sepolcro, ogni fermata è stata debitamente etichettata con indicazioni in lingua greca. La Mappa a Mosaico di Madaba, sia per peculiarità sia per provenienza d’ordine temporale, costituisce nel suo genere la più antica creazione ad ora rinvenuta. L’analisi postuma, tuttora in essere, ha dato modo agli studiosi di rintracciare con precisione l’ubicazione topografica di Askalon. Tornando alla chiesa che tra le sue mura gelosamente racchiude una così inestimabile gemma, cosa buona e giusta è risaltarne, seppur brevemente, alcune delle sue caratteristiche architettoniche. Oltre ai mosaici, interiormente giacciono colonne la cui scorza è stata sapientemente decorata. Annualmente, oltre ai semplici visitatori, tanti sono coloro i quali, appartenendo alla minoranza ortodossa giordana, verso di essa si dirigono in pellegrinaggio. Nelle giornate del venerdì e della domenica, la chiesa viene aperta alle ore 7 per le celebrazioni consuete. Durante il loro svolgimento, non avreste la possibilità di prendere visione del celeberrimo mosaico. Approdando nei pressi di un negozietto situato non troppo lontano, potrete provvedere all’acquisto di qualche riproduzione cartacea dell’opera. Prima di recarvi al cospetto della mappa, opportuno sarebbe arrestarvi per qualche minuto dinanzi alla sua riproduzione in scala. Grazie ad essa, inizierete a visionare alcuni dei punti sui quali, susseguentemente, vorrete soffermarvi.

Chiesa degli Apostoli

Se è vero che tanti sono coloro i quali accostano il centro di Mataba alla giacenza di mosaici, è altrettanto vero che noi, nel nostro piccolo, non ci sentiamo di smentire tale diceria, semplicemente perché risulta in parte vera. Una dimostrazione ulteriore vi verrebbe prontamente fornita facendo scalo nella Chiesa degli Apostoli (ingresso: 3 dinari giordani).

La sua venuta alla luce va fatta risalire, con buona approssimazione, al 578 d.C. Soffermandoci per un momento sull’ampiezza dei lati che caratterizzano la facciata esterna, sosterremo che l’altezza ammonta a 24 metri e la sua larghezza è invece pari a 15 metri. Due cappelle lateralmente poste ne perfezionano i tratti. Il mosaico principe, oltre ad essere stato realizzato circa un decennio dopo la costruzione della chiesa, è tra i pochi a riportare impressa la firma di colui che ha provveduto alla sua realizzazione, Salomios. Centralmente, troviamo Thalassa, figura che personifica il mare. Il busto viene quasi interamente cinto non soltanto da pesci, ma anche da untuosi mostri provenienti dal mondo marino. Nella cappella localizzabile sul lato sinistro, invece, i mosaici si compiacciono nello sfoggiare decorazioni ritraenti alcune specie animali.

 

Sito archeologico di Umm al-Rasas

Svoltando di non più d’una trentina di chilometri, la fermata che ci accingiamo ad attraversare è il sito archeologico di Umm al-Rasas. Reperti romani, bizantini ed arabi sono tutto quel che rimane del segmento temporale compreso fra il 200 ed il 900 d.C. Nel 2004, esso divenne destinatario del maggiore dei riconoscimenti, quello omaggiante i siti dichiarati Patrimonio UNESCO. I ruderi fino ai giorni nostri giunti vennero ritrovati tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta. Gli elementi che tra loro addizionati danno vita al tutto vanno sintetizzati in una cinta muraria fortificata, una torretta la cui altitudine ammonta a 14 metri ed alcune cisterne allestite grazie allo scavo della parete rocciosa. L’occhio indagatore venne orientato verso il sito nel momento in cui la Chiesa di Santo Stefano venne privata della colpevole dimenticanza del tempo. Sui mosaici, alcune diciture hanno permesso di acquisire nozioni fondamentali testimonianti la presenza, nel periodo corrispondente all’egida islamica sulla zona, di una minoranza cristiana.

La Chiesa di Santo Stefano è solo parte d’un agglomerato racchiudente in passato ulteriori tre chiese. Negli anni in cui i nuclei familiari di culto cristiano salparono da qui, le chiese vennero man mano fruite da chi era alla ricerca d’un mero rifugio. Non di rado, inoltre, le facciate più riparate dalle folate ventose vennero tramutate in caminetti di fortuna. L’abside della Chiesa di Santo Stefano veniva sorretta da un insieme non troppo nutrito di archetti. Le navate ubicate di lato vennero ultimate con cornicioni ricavati dalla lavorazione di massi estratti in zona. La tavola liturgica, la cui edificazione è suddivisibile in tre passaggi susseguenti, scaturiva da una simmetrica intersezione di mattoni. Nel mosaico più importante, facente capo alla navata situata centralmente, è stata raffigurata la Terra, a sua volta contornata dai 4 fiumi del Paradiso. Altrettanto meritevoli di interesse sono quelle parti in cui sono stati rappresentati i principali centri della Transgiordania e della Palestina. Alcuni dei mosaici suffraganti i mecenati della chiesa vennero deturpati intorno all’VIII secolo.

 

Parco archeologico

All’interno del locale Parco archeologico (ingresso: 3 dinari giordani) sono stati posti dinanzi alla pubblica ammirazione mosaici giungenti sia da Madaba sia dalle zone limitrofe. Come in una torta a strati, penetrando internamente le sorprese arriveranno una dopo l’altra, inaspettate, succulente in egual misura. In ordine neanche troppo casuale, chiamabili in causa sono la Chiesa del profeta Elia, la Sala di Ippolito, una dimora bizantineggiante sorta nel 500 d.C. e la Chiesa della Vergine Maria. A proposito della prima, il suo completamento avvenne nel 608 d.C, quando a godere d’un influente potere ecclesiastico in loco era il vescovo Leonzio.

Altre due erano le chiese che nel francheggiarla quasi la sorvegliavano a distanza: quella di al-Khadr e quella dei Sunna. All’interno della Chiesa della Vergine Maria risiede la locale Scuola di Mosaico. Essa si articola in un frangente coperto, caratterizzato dalla presenza d’un arazzo ritraente Ippolito, ed in uno posizionato esternamente, nei cui cortili sono stati esposti mosaici confluenti dalle comunità adiacenti. Il mosaico che per ricchezza artistica troneggia, seppur appartenente alla Chiesa della Vergine Maria, venne ritrovato tra le mura di un’abitazione risalente all’era bizantina. L’appartenenza alla chiesa è stata comprovata da alcune iscrizioni. Per quel che invece concerne il mosaico stazionante nella Sala di Ippolito, esso va con ogni probabilità fatto risalire al V secolo. Lungo i quattro lati esterni, vi sono pose testimonianti momenti riconducibili alla caccia. Al centro, invece, vanno ricavate ulteriori tre sezioni. Nella prima convivono volatili e specie vegetali. Nella seconda, invece, è stato illustrato il mito di Fedra, matrigna di Ippolito. Sulla superficie dell’ultimo, infine, convivono la dea Afrodite ed Adone, intento ad impugnare un’appuntita lancia.

 

Palazzo bruciato

Nel sisma del 749 d.C., i movimenti sussultori causarono a loro volta il divampare di fiamme che, quasi totalmente, distrussero quello che ad oggi viene identificato con l’eloquente appellativo di Palazzo Bruciato. Varcando la soglia d’ingresso, ad accogliervi sarà, facile immaginarlo, un mosaico. I pezzi che lo compongono, affiancati tra loro, danno modo di far scorgere alcune scene di caccia. Il padiglione settentrionale è stato restaurato solo parzialmente e contiene un corridoio completamente affagottato da splendidi e supplementari mosaici. Un paio di sale si prospetteranno, proseguendo. Sui mosaici in loco allestiti vi sono le rappresentazioni di Tyche insieme ad una delle stagioni. In uno dei due lati della stanza ubicata centralmente, quello volgente ad occidente, è rappresentato un felino intento ad attaccare un toro.


Monte Nebo

Torcendo il capo ad occidente, un’altura sembra reclamare, e ne ha ben donde, popolarità. Si tratta del Monte Nebo, un rilievo distante da Madaba poco meno di una decina di chilometri. Quando le condizioni atmosferiche sono propizie, dal suo punto apicale la vista lascia davvero senza fiato. Gerusalemme e Gerico, così come la vallata lambita dalle acque del fiume Giordano, valgono una scalata potenziale. Stando a quel che afferma il capitolo quarto della Bibbia Cristiana, pare che proprio sul Monte Nebo Mosè visionò quella Terra Promessa proclamata da Dio. Ulteriori racconti sostengono, inoltre, che nel territorio appartenente all’altura avvenne la sepoltura dello stesso Mosè. Della permanenza in loco di un edificio religioso parlò, prima degli altri, una pellegrina romana di nome Egeria. Ella approdò nei pressi del monte nell’anno 393, descrivendo con minuzia l’insieme delle funzioni religiose che tra loro si susseguivano. L’aggiunta dalla navata, databile al 530, venne seguita a ruota dalla posa in opera, nella medesima zona, di un monastero d’impronta bizantina.

La chiesa, purtroppo, fu vittima d’un abbandono graduale ma inesorabile nel Cinquecento. Nella prima metà degli anni Trenta del secolo scorso, l’ordine francescano acquisì questa striscia di terra, incentivando l’inizio di scavi i quali, oltre a dar modo di riportare alla luce alcuni reperti, precedettero la ricostruzione di una basilica la cui struttura originaria risale al 597. Nel mese di marzo del 2000, Giovanni Paolo II fece visita alla zona, impiantando proprio qui un ulivo. La creazione scultorea a forma di croce, posizionata sul Monte Nebo, venne creata dall’artista toscano Gian Paolo Fantoni. Per forma e caratteristiche, essa rimanda al Nehushtan, il bastone impugnato da Mosè. Sul pavimento di una basilica che, ricordiamolo, è stata parzialmente riedificata, giace tuttora un mosaico largo 9 metri ritraente l’arte della caccia e della pastorizia.

 

Santuario della Decapitazione di San Giovanni Battista

Edificato nella prima metà del secolo scorso, il Santuario della Decapitazione di San Giovanni Battista è stato, soprattutto negli ultimi anni, convertito in una destinazione turistica resa ancor più fascinosa dall’antichità del sito sul quale s’erge. Le sue pareti esterne sono state innalzate sovrapponendo massi antichissimi. Il chiostro è invece trapuntato a macchia di leopardo da colonne risalenti all’epoca romana. La cappella, eretta invece da terra alla fine dell’Ottocento, racchiude odiernamente un ambiente deputato all’accoglienza di chi accorre e un negozio di souvenir. Ad arricchire di interesse ulteriore il tutto, vi è un’esposizione trattante alcuni scatti fotografici realizzati nel primo decennio del Novecento. Nella cripta, il Museo dell’Acropoli vede come proprio epicentro un pozzo costruito in epoca moabita. Salendo la scalinata del campanile, la veduta della quale gioverete in cima vale le difficoltà della traversata.


Qualche info

I consigli, infine:

  • Dalla Capitale Amman, giungere a Madaba non è poi un’impresa così proibitiva. Basterà, se vorrete, usufruire di autobus che da Amman partono ad intervalli regolari. Il prezzo del biglietto ammonta, in questo caso, ad 1 dinaro giordano, al cambio poco meno di 1,20 euro. In taxi, la traversata potrebbe apparire un po’ meno economica, visto che per una corsa simile potreste arrivare a spendere dai 15 ai 20 dinari giordani. Se è a Madaba che, giunti in Giordania, vorrete inizialmente approdare, potrete raggiungerla direttamente in taxi dall’Aeroporto Internazionale Regina Alia. Qui, l’esborso si aggira intorno ai 25 dinari;
  • Il periodo migliore per giungere a Madaba è quello compreso tra il mese di marzo e quello di maggio e tra settembre e novembre;
  • Per una stanza in hotel a 3 stelle, i prezzi sono compresi tra i 20 ed i 35 euro a notte. In hotel a 4 stelle, invece, spendereste al massimo 60 euro;
  • Il Museo di Madaba (ingresso: 2 dinari giordani) giace in quelle che prima erano alcune abitazioni signorili. Da vedere assolutamente qui è un mosaico, ubicato in corrispondenza del cortile, raffigurante due arieti legati ad un arbusto. La scena in questione è stata tratta da un episodio biblico;

Utilizzando il Jordan Pass (per info cliccate qui https://www.jordanpass.jo/ ), v alido per gran parte delle principali attrazioni sparse lungo tutto il territorio giordano, l’entrata in tanti dei siti più significativi di Madaba sarà gratuita.

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