L’antica scorza di Xi’An

Nota con indosso le vesti di centro che significativo apporto ha dato alla storia d’un grande Paese come la Cina, Xi’An ne è stata ininterrottamente città capitale per ben 13 dinastie. Da principio fissabile ad attuale in divenire, pagine d’una storia che prosegue sono ad ora oltre 3.100. Ne 2010, la popolazione censita ammontò ad oltre 8.000.000 di anime, dato che onora Xi’An d’un titolo mai banale, quello di maggior centro per importanza nel nord ovest.

L’antico

Fermata iniziale d’un tour che siamo certi tanta sorpresa sarà in grado di infondere alla vostra anima è quella dinanzi alle mura della città antica, opera che perfettamente rispecchia i trascorsi storici di Xi’An. Il centro, anticamente, ne era completamente cinto. Oggi, al contrario, esso divide simbolicamente quel che di Xi’An interiormente si localizza da quello che di contro ne rimane fuori. Gli ingressi principi sono in tutto un paio, uno ubicato nella parete posta a settentrione ed uno che facilmente potrebbe esser rintracciato nella parete a meridione posta. Da terra eretta nella seconda metà del Trecento, in concomitanza del lasso temporale compreso tra il 1368 ed il 1398, la muraglia di cui ci stiamo accingendo a parlare figura, con ogni probabilità, tra quelle che al mondo beneficiano di miglior stato di conservazione. Nei primi mesi del 1997, in occasione di una sua vista nella nazione cinese, l’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton fece verbale elogio sia delle mura sia dei cancelli. Strato più interno venne coperto d’un intruglio composto da calce, argilla e riso glutinoso. Tal materiale conferì al fabbricato sorprendente resistenza. Successivamente, tuttavia, rivestimento ulteriore venne applicato, con spessi mattoni che affagottarono la totalità della sua superficie. Frontalmente rispetto alla scavatura che attorniava le mura, un ponte levatoio venne installato col fine di consentire o meno l’entrata d’ospiti o di invasori potenziali. Per quel che invece attiene il lato squisitamente numerico, la cinta muraria si caratterizza per una lunghezza compresa fra i 13 ed i 14 chilometri. Distanti 120 metri l’una dall’altra, giacciono torrette nelle quali coloro che di guardia erano avrebbero dovuto scrutare quel che dinanzi a loro man mano si presentava. A 98 ammonta la totalità dei bastioni. I merli, rialzi che ad intervalli regolari rendono meno uniforme la configurazione esteriore delle mura, sono invece 5.984. La muraglia che serpeggia nel territorio a Xi’An appartenente non rappresenta esclusivamente emblema di impronta architettonica posta in essere nel quattordicesimo secolo, ma è anche e soprattutto testimonianza di progressione a carattere militare.




Pochi passi dirimono la Torre del Tamburo da colei che è universalmente riconosciuta sotto appellativo anche piuttosto razionale di Grande Moschea. Messa in opera d’un fabbricato che vale sosta non priva di dovuto approfondimento andrebbe fatta risalire al 742 d.C. Se quel che è stato appena detto è vero, identica verità andrebbe data ad interventi ulteriori che sensibilmente contribuirono, prima sotto la dinastia Ming e poi in epoca Qing, ad attribuirle attuale conformazione. Oltre a costituire approdo per afflussi turistici che costantemente beneficiano di tastabile incremento, essa è perimetro nel quale i tanti devoti islamici giungono per trovar pace e cercar grazia divina. Lo stato dello Shaanxi si contraddistingue tuttora per elevata concentrazione di cittadini praticanti religione inizialmente professata da Maometto. Alla mansueta convivenza tra minoranze Hui e maggioranze Han venne apposto vocabolo “fine” nel periodo in cui a salire al potere fu il regime comunista, la cui volente perversione fu quella di vietare ogni credo religioso. Se, con immaginazione che mista a conoscenza brutti scherzi non dovrebbe dare, si cercasse di paragonare la Grande Moschea a quelle normalmente visitabili in qualsiasi Paese del Medio Oriente, elementi differenzianti che all’occhio immediatamente balzano sono molteplici e quasi tutti inseribili in ambito prettamente architettonico. In loco, infatti, vigorosa stretta di mano è quella nella quale tra loro fan pace gli schemi cinesi e quelli tipicamente musulmani. I tratti somatici che del minareto appaiono evidenti sono gli stessi che scovati potrebbero essere al cospetto di qualsiasi pagoda. Bilaterale dialogo prosegue anche internamente, con ideogrammi che s’alternano a grafemi d’origine araba. Gli orti botanici che accerchiano la Moschea sono tanto soave quanto mai noiosa visione. Trogoli nei quali pesci rossi volteggiano elegantemente fanno compagnia a raffigurazioni dove alcune frasi del Corano vengono fedelmente riportate.




Non troppo lontano rispetto alla porta meridionale delle mura cittadine si trova il Museo della foresta di stele. Dando credito a quello che la sua intitolazione lascia neanche troppo velatamente immaginare, partizionamento del sito consta di ben sette padiglioni espositivi nei quali circa 6.000 sono le pietre destinatarie d’antichissime iscrizioni. Nell’evenienza in cui ad ognuna di esse volessimo dar preciso riferimento temporale, la forbice sarebbe davvero molto ampia. Prese nella loro interezza, infatti, le iscrizioni sono state apposte lungo striscia temporale tutt’altro che limitata, lunga due millenni (dagli albori della dinastia Han fino alla dinastia Qing). Area sulla quale il museo si distende ammonta a 31.000 metri quadrati. Pezzo forte d’una mostra che nutre i sensi di zuccherino nettare è la stele nestoriana. L’importanza che indosso le è stata cucita ha piena e concreta ragion d’essere. La roccia, alta tre metri e larga poco meno di un metro, rappresenta testimonianza che andrebbe udita senza fiatare. Nel dar attestazione dell’esistenza di minoranze osservanti culto cristiano in diversi centri della Cina del nord, la stele innalzata nel 781 è compatta documentazione che nozioni ulteriori lascia intravedere. L’influenza di Alopen, missionario d’origine persiana, condusse al riconoscimento della religione cristiana da parte dell’allora imperatore Tai Zong. Ricoperto da manto terroso circa un secolo dopo, probabilmente per via delle persecuzioni di matrice religiosa, la stele nestoriana venne dalla dimenticanza liberata soltanto nel 1625.

Momento propizio è quello d’elencare le pagode menzionate nel paragrafo che quello corrente ha immediatamente preceduto. Quel che in proposito ci sentiamo di suggerirvi a riguardo segue diramazione doppia:

  • La Grande Pagoda dell’Oca Selvatica. Collocata nel quadrante sud di Xi’An, essa è lascito dell’era in cui la dinastia Tang godette di non contraddetto potere. Sollevata da basamento terreno nel 652,  compito che essa dovette portare a termine fu quello di dar protezione a manoscritti buddhisti dall’India giungenti per umana intercessione di un monaco di nome Xuan Zang. In principio, cinque erano i piani che le consegnavano ordinata suddivisione. Nel 704, però, opera ampliativa tese a raddoppiare quella che da sé era già considerevole altitudine. Ai giorni nostri, 7 sono i piani che al trascorrere del tempo sono sopravvissuti, per un’altitudine ammontante a poco meno di 65 metri. Quando lo splendore di cui si rivestiva fu massimo, 13 erano i cortili che ne acconciavano l’aspetto ed oltre 1.800 le sale. Quando la dinastia Tang cadde, le sorti della pagoda subirono beffardo capovolgimento, facendone sprofondare le membra verso rovina alla quale solo oggi è stato posto rimedio. Singolarità nei confronti della quale voce deve esser data interessa i materiali usati in sede d’edificazione. Un’infinità di mattoni vennero tra loro sovrapposti con procedimento sapiente e privo di calcestruzzo;

  • La Piccola Pagoda dell’Oca Selvatica. Se ad essa intendessimo dar metaforica somiglianza,




fervida immaginazione accompagnerebbe verso un diamante fattosi incastonare dentro gioiello dall’aureo luccichio. La Piccola Pagoda dell’Oca Selvatica, infatti, è cuore che pulsa del Tempio Jianfu, distante soli 4 chilometri da quella con la quale prima abbiamo esordito. Materia con mano tangibile venne al tempio applicata nell’anno 684, quando la sua erezione fu impresa celebrante esistenza spezzata di Gaozong, imperatore occupante la seconda casella della dinastia Tang. La Pagoda della Piccola Oca Selvatica venne data alla luce, con grossolana approssimazione temporale, un ventennio più tardi. All’inizio, i piani erano 15 ed il punto più alto distava da terra 45 metri. Nel 1556, un rovinoso sisma ne mitigò al ribasso l’altezza, con gli attuali 13 metri che sono percorribili fruendo di una funzionale scalinata.


Ultimata nel 1380, al culmine della dinastia Tang, la Torre del Tamburo dista la portata d’un soffio dalla Torre della Campana. Della definizione con la quale essa tra mille si fa riconoscere va reso responsabile un grande tamburo che dall’alto verso quel che in basso transita guarda. Elementi scandenti una giornata che tra il giorno e la notte si divide sono, rispettivamente, una campana ed un tamburo. La prima decreta il sorgere d’un sole fonte di vita e di rinascita dopo scura nottata. Il secondo, invece, vien battuto quando esso dietro la linea dell’orizzonte si corica. Esternamente, decine di tamburi (che toccare tuttavia non potrete) foderano lo stabile, ognuno dei quali finemente ornato da scritture che fortunosa sorte agli astanti augurano. Nei pressi della porta che permette sempre massiccio ingresso, un altro tamburo darà modo non soltanto di provvedere a scattare fotografie dietro piccolo pagamento in danaro, ma anche di toccarne delicatamente la pelle battente. Alcune delle sale internamente poste ammantano di calda coperta un’esposizione dedicata proprio ai tamburi. Qualcuno degli oggetti ossequiosamente esposti vanta origine cercabile davvero molto indietro nel tempo. Parte apicale della Torre del Tamburo promette valente visuale sul centro abitato. Costruzione a sviluppo verticale che, cooperando con tutto quel che fino ad ora abbiamo elencato, tenta di simbolizzare città che in ogni angolo voracemente mastica storia è la Torre della Campana (epoca Ming). Caratteri che d’eleganza parlano, insieme a luminarie che di notte sono occhi che nel nero dilagante s’intrufolano, rappresentano ottime ragioni per non lasciarvela scappare. Arrivarci non sarà poi così difficile, visto che risiede nel centro città. Di valor notevole s’impreziosiscono le sue campane, rievocante l’era dei Ming.

 



Volgendo, dalla Grande Pagoda dell’Oca, occhiata che s’orienta verso nord ovest, prospettiva che nel suo magnificente scialo viene abbozzata è quella il cui tema portante si sottotitola “Museo della Storia dello Shaanxi”. L’area, se misurazione avviene senza tralasciare angolo nemmeno minimo, è di 65.000 metri quadrati. Le mostre, nell’interloquire con visori i quali d’ogni momento approfitteranno per lasciarsi trasportare da un’aura che sa di non freddamente catalogabile, saranno lucida trasparenza tra il messaggio emesso dai 37.000 reperti e coloro i quali quest’ultimo vorranno senza filtri riceverlo. Camminando lungo spazi che si elongano su 2.300 metri, dita d’affusolata sottigliezza che degno benvenuto vi daranno saranno quelle della sala espositiva generale. Qui, manufatti in ceramica d’epoca neolitica fanno da base supportante a dipinti che offrono rudimentale ma significativa raffigurazione della quotidianità. Dolcetto che leccarvi ogni centimetro di pelle vi farà viene guarnito sia da armamenti bronzei sia da sculture ritraenti cavalli e combattenti. Incedendo, area che dinanzi si profilerà è quella dedicata alle esposizioni a carattere temporaneo.  Affreschi d’arte funeraria sfodereranno contorni scarni da fronzoli e concetti che corrono con estrema fluidità. I dettagli su supporto timbrati, icona della maestria d’epoca Tang, sono manna dal cielo per chi al primo strato non si ferma. Ala che parola fine applicherà ad una gita che rinfrancherà tutto ciò di cui il vostro essere è formato è quella dove approfondimento viene profuso verso alcune tematiche di matrice locale. Le due mostre s’incardinano sia sulla Via della Seta sia sulle porcellane Yaozhou, lavorate con erudizione nell’omonima fornace. L’entrata è libera, ma se ingorghi all’ingresso vorrete evitare farete meglio a pagare una quota di 20 yuan.





Nel Mausoleo del primo imperatore Qin, l’esercito di terracotta è tela che al giro boa abbiam deciso di menzionare non per quella che colpevole ed irriverente sottovalutazione sarebbe, ma per levatura che all’unanimità gli viene oggettivamente riconosciuta. Tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta dello scorso secolo, coronamento d’un qualcosa dapprima oggetto di solo sussurrio fu l’inserimento nella lista dei Patrimoni UNESCO. Alla simbolica armata, privata di spesso velo obliante nella prima metà degli anni Settanta, venne data consegna di proteggere l’imperatore Qin Shi Huang da tutti coloro i quali, nel regno ultraterreno, avrebbero tentato di intaccare la propria autorità. Numericamente, il battaglione è sinergica collaborazione di ben 8.000 guerrieri, tra arcieri e soldati a dorso di cavallo. Volontà di non cadere nell’abisso caratterizzante l’umana mortalità affratella tante civiltà antiche. La Cina, in questo senso, non fu quindi eccezione che la regola smentisce. Opportunità di godere di dono tanto materiale quanto contraddistinto da spiccata valenza iconica concerneva, però, solo coloro che da illustre casata discendevano. Qin Shi Huang, colui che duecento anni prima di Cristo espresse desiderio di dar vita alla Grande Muraglia, diede saggio d’onnipotenza anche in occasione della costruzione di un mausoleo, quello eretto appunto in suo onore, che misura ben 56.000 metri quadrati. Sia l’esercito di terracotta sia il mausoleo richiesero manodopera non improvvisata di 700.000 persone. Stando a quel che affermano diverse fonti a proposito rinvenute, pare che l’ultimazione del tutto abbia reso necessario lasso temporale di 4 decenni. Ogni statuetta è alta circa 180 centimetri e pesa 160 chilogrammi. Gli artigiani firmavano tutto quel che plasmavano, così da poter essere facilmente identificati se qualche errore ledeva la perfezione dell’opera. Se è vero che ad oggi le sculture tendono cromaticamente al grigio ed all’ocra, in origine le colorazioni erano piuttosto vivaci. Un chilometro e mezzo scollega giaciglio dove l’imperatore è stato tumulato da un esercito la cui distribuzione avviene su tre distinte fosse. Nei dieci anni successivi alla scoperta dell’armata in terracotta, ad essere inaugurata fu una sala espositiva, ambiente dove una coppia di carri bronzei calamita a sé tutta l’attenzione. Ogni carro viene trainato da quattro cavalli, con alcuni componenti che d’oro e d’argento sono fatti. Ticket d’ingresso costa 150 yuan nel periodo che va dall’1 marzo al 30 settembre. Se verrete qui durante il resto dell’anno, la tariffa ammonta a 120 yuan.

Il moderno

Come ogni città che a proprio piacimento dal passato al presente e viceversa può andare, anche Xi’ An serve su pezzo d’argenteria luoghi dove l’antico rimane nelle retrovie cedendo ribalta a quel che dell’oggi è genuina manifestazione. Risponderemo a quella che ora appare legittima ed umana curiosità catalogando in questo modo quelli che, secondo il nostro modesto avviso, sono scorci ai quali tempo che mai si placa deve essere dedicato:



  • Il Mercato delle medicine cinesi. Nonostante, anche nel nostro Paese, la medicina naturale possa in qualche caso costituire valente alternativa a quella solitamente adottata, il popolo cinese ha nel corso dei secoli affinato alcune tecniche volte ad estrarre principi attivi presenti in erbe che forse nemmeno conosciamo. Arteria cittadina il cui tragitto pullula di agricoltori e di venditori è chiamata Wanshou. Tra le merci che non tarderete a notare vi sono, oltre a quelle per le quali maggiore familiarità potreste provare (zenzero e ginseng) anche quelle che strano sapore possono alla vostra mente provocare, come ad esempio cavallucci marini sottoposti ad essiccazione. Se di darvi una dritta a riguardo ci date il permesso, sarà bene che non vi soffermiate su quel fin da subito v’attira. Quando si accorgeranno che siete dei turisti, i venditori cercheranno di farvi acquistare la merce a prezzi certamente più alti. Dialettica e buone capacità di contrattazione sono quindi cose gradite. Il Mercato delle medicine cinesi è aperto tutti i giorni, dalle 9 fino alle 21;

  • Dati di recente raccolti quantificano in 10 milioni gli individui facenti parte della minoranza musulmana cinese, gli Hui. Se troppo poco a riguardo conoscete e se per la carne nutrite qualcosa che di molto d’avvicina alla mangereccia venerazione, il Quartiere Musulmano di Xi’An è via che linfa riceve da rete intricata da vicoletti anche piuttosto stretti. Superficie sulla quale poggerete i piedi è fatta di sanpietrini grigiastri, con vivaci boutique e verdeggianti essenze che saranno gradevole connubio. Malgrado il Quartiere Musulmano possa esercitare indubbio fascino verso chi qui giunge per la prima volta, la sua bellezza fine a sé stessa rimarrebbe senza una cultura del cibo che in loco pianta radici robuste. Centinaia sono infatti sia i bar che i ristoranti, molti dei quali aperti h24. Manicaretto da assaggiare senza batter ciglio è il Roujiamo, panino ripieno di carne di manzo alla quale è stato aggiunto mix contenente una ventina di spezie. Altro piatto è il Paomo. Si tratta di una zuppa a base d’agnello, pane fatto cuocere al vapore ed aglio sottaceto.

 

Consigli finali

Gran finale, come di consueto, è rappresentato da consigli che v’aiuteranno a vivere al meglio questo soggiorno nella bella Xi’An:

  • Nel pianificare la vacanza, fattore che predominanza la merita interessa il periodo. Cosa buona e giusta sarà scegliere mese compreso nella stagione autunnale o in quella primaverile. Le temperature d’estate, infatti, possono raggiungere picchi insopportabili e poco adatti a passeggiata confortevole. Pericolo da porre al veglio è quello scaturente dalle tempeste di sabbia, facenti capolino soprattutto a primavera;
  • Lo scalo aeroportuale locale (Xianyang) viene fruito da diverse compagnie aeree, dalla Finnair all’Air China, dalla Korean Air fino ad arrivare all’Alitalia. Essendo posizionata nel cuore dell’enorme Cina, due o tre ore basteranno per raggiungerla dai centri cinesi più importanti, tra cui Pechino e Shanghai. La metropolitana di Xi’An vien servita da cinque linee, per un totale di oltre 70 stazioni. Se tra taxi ed autobus dovreste scegliere, sarebbe meglio optare per il secondo. Primo, perché gli operatori raramente parlano un buon inglese. Secondo, perché fermarne uno è gesto ai limiti del disumano. Terzo, perché le regolamentazioni vengono dai tassisti interpretate talvolta in maniera soggettiva;
  • Per una stanza in hotel a tre stelle, le tariffe per notte sono comprese fra i 35 ed i 60 euro. Se invece decidete di pernottare in hotel a 4 stelle, i prezzi sfiorano quota 85 euro. In alta stagione, soprattutto, sarebbe meglio prenotare con equo anticipo.
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