I tunnel di Cu Chi

Dal centro abitato di Ho Chi Minh, una tragitto d’una trentina di chilometri basterà per raggiungere un sito nel quale la storia, fuoriuscendo da volumi monodimensionali e talvolta poco funzionali nel rimembrare, si mostra in una crudezza tanto schietta quanto tuttavia infinitamente sincera. I tunnel di Cu Chi sono definibili come un intricato reticolato di cunicoli ubicato a sud rispetto al Triangolo di Ferro. A proposito di quest’ultimo, esso rappresenta un’area, caratterizzata da una superficie pari 155 chilometri quadrati, nella quale i Vieth Minh, un’organizzazione volta a combattere l’occupazione transalpina sull’allora Indocina, stabilirono la propria roccaforte sia militare che logistica.




Il medesimo lembo territoriale servì, qualche decennio più tardi ed in concomitanza dello scoppio del conflitto vietnamita, anche a truppe comuniste le quali, nell’arco di tutta la guerra, resistettero ai ripetuti e cruenti tentativi degli statunitensi di controllare l’area. Le gallerie, sommate tra loro, danno modo di ottenere una lunghezza totale di 250 chilometri. Il loro scavo avvenne in maniera completamente manuale, ad un ritmo giornaliero di 5 o 6 piedi ed per una profondità media di 9 metri. Se è vero che la loro costruzione è temporalmente collocabile nella seconda metà degli anni Quaranta, è altrettanto vero che tra la fine degli anni Sessanta ed il principio degli anni Settanta i Vietcong ampliarono ulteriormente la rete sotterranea, resistendo efficacemente ai continui attacchi perpetrati dai militi americani. Nelle fasi più acute della Guerra del Vietnam, i tunnel di Cu Chi erano in grado di mettere vicendevolmente in contatto i frangenti periferici di Saigon e la frontiera cambogiana.

La fruizione delle gallerie andava a rispondere alle esigenze più diverse. Al loro interno, infatti, i soldati nordvietnamiti si nascondevano, rifornendosi di tutto quel di cui avevano bisogno e rendendosi artefici, spesso e volentieri, di sorprendenti ed incisive offensive. E’ proprio tra queste anguste pareti che venne accuratamente preparata quella che gli amanti della storia ricordano come l’offensiva del Tet (gennaio 1969). Se è vero che le postazioni perdute nell’occasione dal contingente statunitense furono successivamente riacquisite, è altrettanto vero che, a livello simbolico, la disfatta fu dall’opinione pubblica americana vista con enorme pessimismo. Nel giro di qualche settimana, inoltre, l’allora presidente Lyndon Johnson si defilò dalla vita politica, non prima tuttavia di aver provveduto ad un graduale decremento dell’impegno militare nella regione. Malgrado la giacenza nei dintorni di una base logistica e di un paio di divisioni americane, i tunnel non vennero mai bonificati totalmente, con imprese sabotatrici che in loco continuarono ad essere certosinamente studiate. L’avvenimento che decretò la definitiva neutralizzazione delle gallerie è rintracciabile nell’insieme di bombardamenti, databili al 1968, in occasione dei quali la coalizione composta dall’esercito statunitense e da quello sudvietnamita, tralasciando ogni operazione aerea nell’area settentrionale del paese, potette quindi specificatamente dedicarsi ad esse.



La vita nel tunnel

Come in precedenza accennato, i tunnel di Cu Chi, a dispetto d’una palese ristrettezza spaziale, racchiudevano un numero tutt’altro che esiguo di ambienti. Da ambulatori improvvisati a ricettacoli antiatomici, da stanze nelle quali si preparava da mangiare fino ad arrivare ad alcune tipografie, il complesso era al massimo della propria capienza capace di fornire ospitalità a qualcosa come 10.000 unità. Trattandosi di rifugi localizzati sotto il livello del terreno, tra i bisogni principi vi era, chiaramente, quello di garantire un buon ricircolo dell’aria. Proprio per questo venne congegnato un sistema, tanto facile quanto tuttavia geniale, volto a camuffare le prese d’aria e a dar loro l’aspetto di un termitaio.




Malgrado la presenza di quello che forse ingenuamente potremmo reputare lo “stretto indispensabile”, le condizioni di vita qui apparivano tutt’altro che semplici. Acqua e cibo divenivano sempre più scarsi ed i cunicoli erano costantemente infestati da animali come serpenti, scorpioni e ratti. I soldati, in loco, trascorrevano le proprie giornate provando a riposare. Quando a calare erano le tenebre della notte, essi uscivano nel tentativo di rifornirsi di derrate alimentari o, quando la battaglia imperversava, di stroncare gli attacchi architettati dagli americani. Nei momenti in cui i bombardamenti aerei si intensificavano, essi si vedevano costretti a stazionare all’interno delle gallerie, con tutti i disagi che ne conseguivano, anche per molti giorni. Le malattie, ulteriore conseguenza delle problematiche qui riscontrabili, erano all’ordine del giorno. Tre le patologie che più di tutte colpivano i soldati vi era la malaria, seconda tra le cause di morte nel conflitto vietnamita.

 

Distruggere le gallerie

Prima di quella sessantottina, relativamente fortunata, diverse furono le operazioni militari statunitensi atte a scardinare questa rete di tunnel. Possiamo in questo modo elencarle:



  • Operazione Crimp, gennaio 1966. Le tonnellate di esplosivo lanciate intorno alle gallerie furono 30, con 8.000 soldati ai quali venne dato l’incarico di setacciare l’area. L’esito dell’intervento risultò inconcludente, anche e soprattutto a causa d’una diffusa sottovalutazione del loro reale potenziale. Ogni volta in cui si riusciva nell’intento di stanare l’ingresso d’un tunnel, i soldati evitavano di penetrare internamente, sminuendone la potenziale pericolosità per via delle ristrette delle dimensioni. Un’entrata eventuale al loro interno veniva inoltre efficacemente scongiurata dal posizionamento, in corrispondenza d’ogni via di accesso, di trappole esplosive. Nelle campagne che contornavano l’agglomerato sotterraneo, in aggiunta, venivano ad intervalli regolari piazzate delle mine. Gli ordigni usati per l’occasione vennero dapprima rubati agli americani dai Vietcong e poi, all’interno dei tunnel, convertiti in mine vere e proprie. I militi statunitensi più sfortunati, infine, correvano il serio rischio di cadere in uno dei tanti pozzi sul cui fondo, ad attenderli, c’erano dei pali di bambù ben aguzzati;

  • Istituzione dei “ratti dei tunnel”. Nel carpire ancor più la strategicità delle gallerie, l’esercito americano procedette all’allestimento di un battaglione, i “ratti dei tunnel”, la cui consegna era quella di penetrare i cunicoli. L’equipaggiamento di ciascun componente era composto da una pistola, un pugnale, una corda ed una torcia.



Le attrazioni

Attualmente, un paio risultano essere i segmenti visitabili. Una di queste aree è adiacente al villaggio di Ben Dinh, mentre l’altra dista una quindicina di chilometri da Ben Duoc. Optando per la prima soluzione, quel che notereste è non soltanto la più accentuata vicinanza dal centro abitato di Ho Chi Minh, ma anche e soprattutto un maggiore afflusso turistico. Avendo a disposizione delle tempistiche limitate, si tratta comunque di una valevole scelta che, è bene precisarlo, precluderà l’opportunità di godere dello splendido paesaggio rurale locale. Per quel che riguarda la sezione di Ben Duoc, essa si caratterizza per tutto quel che, forse, manca a Ben Dinh. Gli arrivi sono quantitativamente minori, lo scenario è naturalisticamente incantevole e la campagna, quindi, rappresenta una piacevole costante. Nel corso della vostra permanenza, non soltanto udirete racconti suggestivi inerenti la storia recente vietnamita, ma tasterete anche in prima persona quello che era lo stile di vita di tutti quei soldati i quali, tra stenti e sofferenze, nelle gallerie erano costretti a stazionare. Durante il tragitto, come se ciò che è appena stato detto non fosse ancora sufficiente, scruterete alcuni manichini fedelmente ritraenti i guerriglieri Vietcong. Il loro vestiario era composto da sandali artigianalmente ricavati da pneumatici, una sciarpa con motivi a scacchiera e dal tradizionale ed inconfondibile copricapo, il “nòn là”. Incedendo, degusterete anche dei tranci di tapioca, materia prima che insieme al riso era parte integrante dell’alimentazione quotidiana dei Vietcong.

Di questi ultimi, ammirerete la spiccata capacità di far di necessità virtù. I trucchetti da essi utilizzati per depistare gli statunitensi erano elementari ma davvero funzionanti. Imparerete, tra l’altro, che alcune delle trappole erano semplicemente formate da qualche chiodo ed aste puntute fornite dagli agricoltori locali. Molti di questi rudimentali utensili venivano solitamente usati per andare a caccia. Ogni cittadino, resistendo all’invasione, donava il proprio indispensabile apporto. Non facevano eccezione neanche le donne, spesso e volentieri ancor più combattive degli uomini. In via preliminare, prima quindi di addentrarvi, scatti fotografici talvolta cruenti vi caleranno in un’atmosfera dove la riflessione è quantomeno d’obbligo. Sia il segmento di Ben Dinh sia quello di Ben Duoc sono muniti di altrettanti poligoni nei quali, se vorrete, avrete la possibilità di sparare alcuni colpi con armi utilizzate durante la Guerra del Vietnam. Ogni serie comprende 10 proiettili. L’unico requisito a questo proposito necessario, qui, è costituito da un’età che non deve essere inferiore ai 16 anni.



Le info

Le solite dritte, per concludere:

    • Il primo accorgimento riguarda l’abbigliamento. Data la natura spesso irregolare dei percorsi, cosa buona e giusta sarà quindi munirvi di un paio di scarpe da ginnastica;
    • Vista la spesso seccante presenza delle zanzare, uno spray dovreste metterlo in borsa;
    • Se soffrite di claustrofobia, ponderate attentamente una visita in loco;
    • Nella stragrande maggioranza dei casi, i turisti preferiscono approdare qui usufruendo di uno dei tanti viaggi guidati partenti dalla vicina Ho Chi Minh. Se ad essi non volete prender parte, poco male. L’altra opzione, se non altro più economica, è data dal trasporto pubblico. Di fronte al mercato di Ben Thahn, altro non dovrete fare che prendere l’autobus numero 13, scendendo una volta giunti dinanzi alla stazione di Cu Chi;

  • Nel periodo di tempo compreso tra il mese di maggio e quello di novembre, quando cioè le piogge diventano più frequenti, i tunnel di Cu Chi aprono egualmente. Opportuno è tuttavia precisare che, virando su questo lasso temporale, la permanenza sarà leggermente meno agevole;
  • Il ticket per accedere ad uno dei due segmenti ha un costo pari a 110.000 dong;
  • Per informazioni ulteriori, è bene consultare il sito https://vietnam.travel/



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