Guai a dire “Giappone” senza nominare “Kyoto”

Tra i più importanti centri d’un Giappone che per beltà rivali non teme, Kyoto ne ha recitato ruolo di città capitale per più di 1000 anni. Dopo essere stata graziata da bombardamenti che nel secondo conflitto mondiale furono costante disfacente, Kyoto viene unanimemente considerata roccaforte di una cultura nipponica che il suo terreno profondamente ha scavato.





Le tappe

Il Kinkaku-ji (ticket 400 yen), comunemente conoscibile col nome caratterizzato da maggior pronunciabilità di Tempio del padiglione d’oro, è costruzione che della città di Kyoto rappresenta elemento simbolizzante più efficace. Edificato alla fine del Trecento, inizialmente gli vennero cucite indosso le vesti di villa appartenente allo shogun Ashikaga Yoshimitsu. Tramutato, quando per quest’ultimo giunse il momento di passar a miglior vita, in un tempio zen, lo stabile è stato ripetutamente vittima di fiamme che la bellezza hanno cercato di intaccarne. Temporalmente a noi più vicino è quello risalente agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo, quando ad alimentare le fiamme fu l’opera sciagurata di un monaco abitante il tempio stesso. L’aspetto che odiernamente gustarne possiamo è frutto di interventi volti proprio a porre rimedio al disastroso evento. Se dal conteggio venissero esclusi sia gli ambienti ubicati sottoterra che il basamento, possibile sarebbe affermare che la quasi interezza della facciata esterna (secondo e terzo piano) è stata uniformemente affagottata da serie infinita di foglie auree. Simile ragione rende immediato il paragone che lo contrappone al Ginkaku-ji (costo biglietto 500 yen), tempio che dimora nei pressi del quartiere riconoscibile con etichetta riportante la dicitura Sakyo. La pagoda, elemento strutturale soggetto a tripartizione, copre con calda e spessa coperta alcuni dei resti del Buddha. Tornando per un momento al giorno nel quale il monaco si rese responsabile di un incendio che molti più danni avrebbe potuto fare, simile molesto avvenimento viene magistralmente raccontato tra le pagine di un libro degli anni Sessanta, la cui intitolazione “Il padiglione d’oro” costituisce particolare rimembrante, tradotto in lingua italiana da Mario Teti.

 

Ci sono luoghi nei quali camminare con lentezza non è gesto che i problemi rimanda, ma impresa da compiere assaporandone ogni singolo istante. Gli esempi concreti e menzionabili sarebbero tanti, ma ciò verso il quale concentrazione vogliamo profondere è un percorso pedonale sui cui fianchi alberi di ciliegio rimembrano ai fruitori qualcosa la cui bellezza a parole è difficilmente descrivibile. Storia del tutto particolare caratterizza il trascorso di colui che iconicamente è stato soprannominato il Sentiero del filosofo. Stando a quel che si dice, infatti, pare che il percorso sul quale esso si snoda venne con effettuosa assiduità attraversato da Nishida Kitaro, noto accademico nipponico che in loco si recava a cadenza quotidiana solo e soltanto per meditare. Il suo armonioso serpeggiare permette a siti altrettanto importanti di comunicare tra loro. Uno di questi è l’Honen-in, un tempio buddista i cui interni sono stati finemente decorati da Insho Domoto, artista reggente bandiera di una tecnica pittorica, chiamata Nihonga, il cui utilizzo sapiente della materie prime altro non è che espressione della maestria tipicamente giapponese. Se è vero che mezzora sarà sufficiente per ultimare l’attraversamento del sentiero, è altrettanto vero che soffermarsi sui siti che a macchia di leopardo lo trapuntano provocherà dilatamento delle tempistiche inizialmente prefissate.

Abbondante ventennio servì al Castello Nijo, giustamente dichiarato Patrimonio UNESCO nel 1994, per godere finalmente di toccabile completamento. L’agglomerato, irrobustito da fortificazioni superficiali, venne da terra eretto per volere di Tokugawa Ieyasu, shogun che del periodo Edo fu iniziale scrivente. Lineamenti estrinseci e simbolismo intrinseco tramutarono il Castello di Nijo in fabbricato che meglio d’ogni altra cosa riuscì nell’intento di emblematizzare sia l’influenza sia l’agiatezza dello shogunato di Edo. Gli shogun, infatti, hanno tra le sue pareti dimorato per poco meno di tre secoli. Atto conclusivo di una così lunga permanenza venne redatto nel 1827, quando l’ultimo di essi decise di rinunciare alla propria carica dinanzi all’imperatore Meiji. Il complesso, occupante in città posizione centrale, è cercabile lungo la sponda occidentale del fiume Kamo, corso d’acqua che come una lacrima trapassa il vellutato viso di Kyoto. Le costruzioni che, se vicendevolmente addizionate, l’interezza del castello vanno ad assemblare, s’adagiano su estensione complessiva pari ad oltre 8 chilometri quadrati. La cittadella, contornata da fossa che tutt’intorno scorre, è suddivisibile in una coppia di palazzi, chiamati rispettivamente Ninomaru e Honmaru. Peculiarità degna di nota contraddistingue la sua pavimentazione. Tutte le volte in cui i chiodini installati inferiormente tra loro collidono, il suono che viene emesso somiglia a quello che al cospetto d’un usignolo potremmo facilmente udire. Le pitture, portanti firma di Kano Tanyu e Kano Naonobu, disegnano ritratto armonioso e veritiero di specie animali che vanno dalla tigre fino ad arrivare alla pantera.





Edificio nel quale, fino alla seconda metà dell’Ottocento, la casata reale nipponica stabilmente trascorreva esistenza avente per i sudditi carattere divino, il Palazzo Imperiale di Kyoto assunse dimensione marginale quando la capitale della nazione asiatica venne traslata a Tokyo. Ricoprendosi nella sua quasi globalità di legno, il Palazzo imperiale di Kyoto è stato nel corso dei secoli dilaniato da un fuoco che scalda le membra ma scioglie quel che nel suo cammino incontra. Donando attendibilità a quello che i documenti cartacei a nostri giorni rimasti sostengono, sono state ben otto le opere ricostruttive che tra loro si sono periodicamente susseguite. Delle fattezze che nella loro sinuosità attualmente e con veemenza persistono va resa responsabile la mano esperta di chi nel 1851 molto bene ci lavorò. Per via di un significato storico-culturale che neanche la più convincente delle controproposte potrebbe smontare, al Palazzo Imperiale di Kyoto è stata fin dal 1877 assegnata tutta la protezione della quale beneficiano i siti monumentali di matrice nazionale. Sia Meiji sia coloro che la sua stessa carica negli anni a venire ricoprirono insistettero nell’utilizzare tutt’altro che di rado la struttura, facendo d’essa suggestivo palcoscenico di eventi davvero esclusivi. Simile destinazione è stata, soprattutto negli ultimi anni, soggetto di trasversale ribaltamento, data l’enorme mole di visitatori che annualmente e da ogni angolo del mondo giungono.

Periodo quinto di una commedia che il giro di boa si appresta ad intraprendere senza parvenza alcuna di fatica è sormontabile dal titolo Fushimi Inari Taisha. Si tratta del santuario principe suffragante Inari, la kami della fertilità, del riso e più in generale della nobile arte dell’agricoltura. Incastonato con delicatezza sulle pendici di altura che identico appellativo porta, esso vien arlecchinescamente avvolto da intricate reti di viuzze che, se attraversarle vorrete, v’accompagneranno verso santuari aventi minore importanza ma non trascurabile fascino. L’agglomerato di cui è parte integrante al pubblico mai sbarra i battenti. Avrete quindi straordinaria opportunità di fare una capatina quando meglio credete. Se lasso che selezionerete cade a ridosso del tramonto solare, l’atmosfera che ogni millimetro del vostro corpo inumidirà appare senza ombra di dubbio alcuna inquietante. Mura che per antichità sulle altre svettano vennero congegnate sette secoli dopo la venuta al mondo di Cristo. Lo stabile primario venne però successivamente trasferito, previa volontà di un monaco chiamato Kukai. Segmento che nei bassifondi respira garantisce ospitalità sia alla porta principale sia al santuario che sugli altri troneggia. Nelle retrovie, nei meandri della montagnola, il santuario internamente posto va raggiunto fruendo di un cammino sui cui lati ci sono tantissimi torii. Nelle più o meno immediate vicinanze del santuario, una moltitudine di negozietti commercia un formato di biscotti della fortuna il quale pare sia stato precursore di quelli che famosa hanno reso la tradizione culinaria cinese. Nel 2005, il santuario è stato set di alcune scene della pellicola “Memorie di una Geisha”.

Nel quadrante orientale della città, Sanjusangeldo è epiteto, pronunciabile non senza qualche legittimo grattacapo, per mezzo del quale un tempio buddhista dal resto che lo contrasta si distingue. Primato che ne colma barile contenente squisito nettare è ricavabile da una lunghezza che, da capo all’altro, sfiora quota 120 metri. Simile tratto, nel caso in cui su d’esso ci soffermassimo, lo piazza sulla cima della speciale classifica delle strutture in legno più lunghe di tutto il Giappone. Quantificabili in un migliaio sono, inoltre, sculture raffiguranti Kannon, misericordiosa figura dalla natura divina. Oltre 100 di queste sono lascito del tempio originariamente esistente, raso al suolo dall’invadenza di un incendio sopraggiunto nella prima metà del Duecento. Le restanti, al contrario, sono invece state prodotte nel Quattrocento. Materiale utilizzato in sede di produzione fu il pregiato cipresso giapponese al quale copertura aurea venne infine applicata.





Nella ristretta schiera delle sette meraviglie del mondo moderno, il Tempio dell’ acqua pura non è entrato per un soffio. Simile mancanza, però, negativamente non mitiga l’attrattiva di un posto comunque dichiarato Patrimonio UNESCO. Aperto agli albori del periodo Heian, Kiyomizu-dera (ingresso 400 yen) tanti ringraziamenti deve porgere, per l’aspetto che attualmente sfoggia, ad una ristrutturazione decretata negli anni Trenta del Seicento da Tokugawa Iemitsu, terzo shogun dello shogunato Tokugawa. Giaciglio dal quale veduta suggestiva si prospetta è rappresentato da una deliziosa terrazza lignea la cui altitudine è parametro ammontante a 13 metri. In basso, ancora, trio di ruscelli disseta chi dalla curiosità si lascia impunemente sedurre. Sbandierati, ma mai comprovati, sono i benefici che ciascuno di essi sarebbe in grado di infondere sia al corpo che alla mente. Riprendendo quel che è stato appena detto, vi sarà dato modo di rinfrancare le viscere con l’acqua che dalla cascate scende. Unica condizione imposta è quella di non rabboccare i vostri recipienti da ognuna di esse. Se lo fate, la sfortuna su di voi cadrà.

Luoghi dove cultura e costume vivono indisturbati

Dopo aver versato tocco finale ad un itinerario che speriamo riscontro positivo abbia riscosso, istante propizio è quello d’elencare, prima dei consigli finali, mercati e quartieri ai quali tra una pausa e l’altra cosa buona e giusta sarebbe far visita:

  • Nishiki Market. Esistente fin dal Trecento, quello al quale coppa riservata al mercato più antico e famoso di Kyoto va tra le mani consegnata da sempre s’adagia su identico nastro territoriale. Coloro che nella splendida città nipponica sono nati e vivono vera e propria istituzione locale ne hanno fatto. Fattore che simil teoria contrasta senza via d’uscita è l’assegnazione di nomignolo forse esagerato, ma che bene rende l’idea: la “dispensa di Kyoto”. Seppur pregno sia di colorazioni che di sentori, il mercato vanta disposizione ordinata delle merci ed attenzione verso particolari che mai marginali rimangono. Genere merceologico nei confronti del quale concentrazione maggiore viene dedicata è, ovviamente, quello che interessa gli alimenti. Sezione che comunque voce squillante fa ascoltare è quello totalmente imperniatosi su una manifattura autoctona frutto di lavorazioni di generazione in generazione tramandate. Assecondando afflusso turistico che numeri sempre più tondeggianti sta riscuotendo, Nishiki Market è soprattutto nell’ultimo decennio diventato terreno fertile incentivante l’apertura di negozietti nei quali ad esser commerciati sono oggettini da portar con voi sulla via del ritorno;




  • Quartiere Gion. Denominatori comuni d’una zona della città che alla tradizione strizza l’occhio sono caratteristiche case da tè nel cui perimetro geishe intrattengono gli astanti con esibizioni che, nonostante stiano man mano perdendosi, qui pressochè intatte rimangono. Se attirati verrete da gruppi di viaggianti intenti ad immortalare qualcuno che a causa della calca forse immediatamente non vedrete, le possibilità che l’attrazione fotografata sia una geisha sono tante. Puro dovere di cronaca impone di far piccola precisazione. Il quartiere Gion non ha sempre sfoggiato medesime caratteristiche. In era medievale, infatti, era qui che viandanti trovavano momentaneo riparo. Se, poi, danzare una geisha vorrete vedere, al Gion Corner sarà meglio recarvi. Arte antica ma dal fascino che margine al dubbio non lascia sarà alimentata da apprendiste, in lingua locale chiamate maiko, che gioia per i vostri occhi saranno;

  • Localizzatasi nella periferia occidentale di Kyoto, la villa imperiale di Katsura è fermata dove qualcosa di più riguardo all’architettura nipponica potrete arrivare a comprendere. Sia la villa che gli orti botanici che la cingono sono stati dati alla luce nell’anno 1645. Proiettando animo pensante verso epoca di cui qualche parola fa cenno è stato fatto, scoprirete che in loco viveva l’omonima famiglia, facente parte della casata imperiale. Occhiata che di “fugace” il significato dovrebbe almeno momentaneamente dimenticare va rivolta al Palazzo nuovo, il cui mobilio è stato finemente lavorato tramite maestrante utilizzo di ben 18 generi di legname, ognuno d’essi venente da Paesi anche molto lontani. Entrare in villa non prevede alcun esborso in denaro. Indispensabile sarà tuttavia visita guidata dalla durata di 60 minuti;

  • Allontanandosi ancora dal centro cittadino, gemma verdeggiante è la foresta di bambù di Arashiyama. Fin da tempi nel passato collocabili, questo godibile sobborgo è stato destinatario di diffuso apprezzamento. Attrazione che più ogni altra sognare vi farà è una foresta di bambù. Distante un tiro di schioppo è il Tempio Tenryuji. Siffatta contiguità non è affatto casuale coincidenza. In passato, infatti, luoghi di culto venivano volutamente edificati nei pressi di foreste di bambù, queste ultime emblema di vitalità. Un unico sentiero fino alla collinetta vi porterà. Il rischio di perdervi è quindi nullo. Per arrivare a destinazione, saranno sufficienti una trentina di minuti. Momento della giornata nel quale respirare la foresta è magia sarà quello che immediatamente precede l’alba.




 

Info utili

Dulcis in fundo, i consigli, in questa maniera elencabili:

  • A proposito del periodo migliore nel quale giungere qui, particolari preferenze non ce ne sono. Se, però, uniformarvi alla maggioranza vorrete, è tra i mesi di marzo ed aprile che dovrete sbarcare. La motivazione che le altre sovrasta è una sola, la fioritura dei ciliegi, spettacolo che nel farvi spettatori vi affascinerà. In alternativa, anche estate ed autunno sono soluzioni altrettanto valide. Nella prima le temperature mai saranno insopportabili, nella seconda le cromaticità tendenti al rosso ed all’arancio rinfrancheranno ogni inquietudine;
  • Kyoto non si serve di alcuna struttura aeroportuale. Lo scalo più vicino è quello di Osaka, distante poco meno di 55 chilometri. Dalla capitale Tokyo, invece, potrete far tappa a Kyoto salendo sullo Shinkansen, treno col quale approderete in città in poco più di 2 ore;
  • Su due linee, verde e rossa, si partiziona la locale metropolitana, per un totale di quasi 40 fermate. Inaugurata alla fine degli anni Sessanta, la metropolitana di Kyoto è fiore all’occhiello di una mobilità autoctona efficiente e funzionale. Moltissimi sono i taxi, liberi se il pannello luminoso s’accende di rosso. Per i primi due chilometri, esborso sarà in questo caso pari a circa 640 yen, circa 5,15 euro. Gli autobus circolano lungo la fascia oraria compresa tra le 6 e le 22:30. Il costo del ticket è eguale per tutte le zone ed ammonta a 230 yen;
  • Stanza in hotel a tre stelle prevede pagamento per notte compreso tra i 50 ed i 75 euro. Discorso relativamente diverso deve esser fatto per un hotel a 4 stelle, toccante picchi di 130 euro.

 

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