Dolce, bella e colorata Rio

Luoghi, persone, momenti. Trittico, questo, la cui piena funzionalità dipende dal vigore di ciascuno dei suoi componenti. Uno solo si essi, infatti, avrebbe vita breve e sofferente in mancanza degli altri due. Non vi è posto senza coloro che ne vivono nel pieno gli angoli, così come non c’è individuo incapace di trasmettere sensazioni incanalabili nel contesto comunicativo del momento, cella che a sua volta imprigiona il promemoria del ricordo. A Rio de Janeiro, città di un Brasile che malgrado i problemi passati ed attuali non perde energica voglia di vivere, le persone sono cordiali, socievoli, felici come un bambino al quale è stato appena dato un pezzo di dolce cioccolata. Il cammino instancabile dei secoli ha qui provocato la fusione di culture, tra cui quella portoghese e quella tedesca, che messe insieme fanno testo poco lineare ma proprio per questo fascinoso. Venire in vacanza a Rio è azione da commettere senza paranoica riflessione, nella più completa consapevolezza che i suoi infiniti colori faranno breccia anche negli animi colmi di riserve.



Le tappe

Da matti sarebbe pensare di non accostare tra loro Rio de Janeiro, seconda città del Brasile dopo San Paolo, a colei che forse meglio di altri luoghi la simboleggia: la statua di Cristo Redentore. Inaugurata nella prima metà degli anni Trenta del secolo scorso, si tratta di una scultura alla quale una notorietà permanente nei soli confini nazionali sta davvero stretta. La sua imponenza, insieme a tutti i significati che la sua stessa natura incarna sottopelle, ne hanno fatto uno dei monumenti al mondo più conosciuti. La sua costruzione, il cui svolgimento ha previsto l’uso sia di pietra saponaria che di calcestruzzo, ha richiesto un lasso temporale che per poco non ha toccato il decennio. Sono due i riconoscimenti che ne certificano la magnificenza. Il primo scaturisce dall’inserimento nella lista dei Patrimoni UNESCO. Il secondo, forse ancor più prestigioso, lo immette nella schiera ancor più ristretta delle sette meraviglie del mondo moderno, in compagnia di siti che vanno dal Colosseo romano fino ad arrivare a Machi Picchu, nel non troppo lontano Perù. In prossimità del basamento, una targa venne posizionata dalla comunità italica negli anni Settanta. L’intento di tal piccolo presente fu quello di dar memoria inerente un avvenimento che del progresso umano fu passo piccolo ma davvero significativo.  Nel 1931, infatti, le illuminazioni che cingono la statua vennero fatte accendere per mezzo di impulso radio da Roma proveniente. Artefice del prodigio fu lo scienziato italiano Guglielmo Marconi, personaggio del quale proprio in occasione della messa in posa della targa venero celebrati i cento anni dalla venuta al mondo. Altezza di 30 metri separa l’apice della statua dal lembo di terra sul quale regalmente poggia. Alle dimensioni appena menzionate andrebbero aggiunte quelle che caratterizzano il piedistallo, ammontanti ad ulteriori 8 metri. Idea originaria provenne da cognizione inizialmente inascoltata ma non meno lungimirante di un prete cattolico di nome Pedro Maria Boss. Quest’ultimo, intorno agli anni Cinquanta dell’Ottocento, manifestò alla principessa Isabella la volontà di far sorgere sulla superficie del Corcovado un luogo monumentale esclusivamente dedicato alla pratica del culto. Nell’attimo in cui il Brasile assunse la forma di governo repubblicana, codesto progetto venne gettato nel secchio mai deterso del dimenticatoio. Rilancio avente successo riporta l’anno 1921, quando la città divenne sfondo materiale di una raccolta fondi volta ad incentivare l’edificazione di una statua di Cristo che, contrariamente a quella che attualmente troneggia, doveva in mano impugnare una riproduzione in piccolo del globo terrestre. In sostituzione di quest’ultima versione, la scelta ricadde su un Salvatore che, a braccia protese, si avvinghia iconicamente su una città che ai suoi piedi prospera, proteggendone le sorti ad amandone le caritatevoli gesta. Dagli oltre 700 metri d’altezza del monte sul quale il Cristo Redentore dimora, il panorama gustabile è quanto di più bello si possa immaginare. Nella simulata sensazione di beneficiare seppur momentaneamente di veduta che oltre gli ostacoli fisici possa giungere, i luoghi intravedibili sono quelli che nei secoli hanno avuto il potere di far grande Rio, dal leggendario Stadio Maracanà fino ad arrivare alla Baixada Fluminense.



 

Se rinunciare ad una tappa spesso e volentieri significa far a meno di potenzialmente molesta seccatura, medesima regola non varrà nel caso particolare del Pan di Zucchero. L’altezza del monolite stecca, seppur di poco (soli 4 metri), l’intento di toccare con un dito i 400 metri sopra il livello del mare. Il principio della sua storia andrebbe cercato davvero molto indietro nel tempo. Il balzo all’indietro potrebbe valere record duro a morire, visti i 600 milioni di anni che il qui ed ora hanno solidamente preceduto. Tenendo conto della sua collocazione geografica, il Pan di Zucchero compie perfeziona dopo giorno il compito di dividere tra loro l’immensità dell’Oceano Atlantico e la baia di Guanabara. Gli amanti della nobile disciplina storica trarranno ulteriore elemento di interesse. Nel Cinquecento, fu nelle vicinanze del suo lato inferiore che un gruppetto di colonizzatori iberico fondò una città le cui pagine del destino avrebbero offerto frasi tanto eleganti quanto stilisticamente ineccepibili. Dibattito acceso e tuttora in corso contraddistingue le origini della sua denominazione.  A primeggiare è tuttavia la corrente di pensiero più attenta alle somiglianze. Per lineamenti, il monte può infatti essere senza troppi ostacoli accostato ad una pietanza tradizionale che addolcisce bocca ed animi inaspriti. Altri, contrariamente, sostengono che l’appellativo di cui si fregia possa derivare dalla massiccia produzione di canna di zucchero praticata tra il Cinquecento ed il Settecento.  Fin dal 1913, il Pan di Zucchero può essere raggiunto grazie al funzionale ausilio di una funivia, mezzo il cui movimento perpetuo esibisce su piatto argenteo immagini verosimili da cartolina.

Nel dar definizione della favela Rocinha, il rischio di commettere errori è piuttosto elevato. Iniziare col farne uno dei quartieri più popolosi di Rio è premessa minore, incompleta e non del tutto portante giustizia. Orientando la lente di ingrandimento sia sulla sua estensione sia sul numero di abitanti attualmente ospitati, rispettoso dovere è quello di piazzarla tra i primissimi posti nello schieramento dei quartieri più malati di vita dell’intero continente sudamericano. Il numero di anime censite raggiunge quota 70.000, cifra che mediamente distingue un discreto capoluogo provinciale del nostro Paese. Sono tre le zone della città che la costeggiano: Vidigal, Sao Conrado e Gavea. Seppur il fascino possa cedere poco margine a smentite di senso contrario, le cronache riguardanti la favela Rocinha appaiono talvolta lontane dal risultare inorgoglienti. La contiguità delle residenze d’alta classe, economicamente stridente con la povertà dilagante che nei suoi meandri impera, è uno degli addendi che, alla sinistra del segno “uguale”, dà risultato che all’evidenza elargisce sgradevole ed ingiusta disuguaglianza. Da ormai una decina d’anni, il distretto gode dei benefici desumibili di una passerella, frutto del progetto di uno degli architetti al mondo più celebri: Oscar Niemeyer. Il tratto da essa percorso sorge nelle baracche e sfocia nel complesso sportivo sbocciato dinanzi all’autostrada Lagoa-Barra. Rocinha, similmente ad altre favelas di Rio, è canale preferenziale di tanti tour a piedi dalla durata media di 4 ore circa. Una guida locale, dopo aver raccolto tutti gli altri partecipanti in un punto precedentemente prefissato, vi aiuterà a respirare quell’autenticità che solo spiegazione esaustiva può rendere ancor più viva. 

 

Se dar corpo a movimento ascensionale comporta faticosa sudorazione, i gradini della Scalinata Selaròn verseranno pizzico generoso d’allegrezza ad un gesto dai mille colori allietato. Le decorazioni che la ornano come un abete nei giorni che immediatamente precedono il Natale sono in toto state realizzate dall’artista di origine cilena Jorge Selaròn, personaggio che in alcune delle sue dichiarazioni ha definito l’opera un tributo al popolo carioca. Il variopinto ed apprezzatissimo intervento non ha origine casuale. Negli anni Ottanta, infatti, il pittore e ceramista nativo di Limache comprò casa proprio nei pressi dell’allora scatafatiscente gradinata. Nell’iniettare nuova linfa a scalini trafitti dalle frecce puntute dell’incuria, Selaròn e le sue scelte in materia di colore divennero vittima di giudizi se non altro ironici da parte delle famiglie viventi esistenza adiacente. Cominciata come semplice sfogo di un passatempo avente marginale importanza (la sua predilezione ricadeva infatti sulla pittura), il progetto venne man mano trasformato in qualcosa che ad un assillo somiglia per tanti versi. La dispendiosità legata alla sua concreta attuazione lo spinse a dar via tante delle sue tele. Dando cenno sia di numeri che di caratteristiche, la scalinata rappresenta un insieme di 250 gradini totalmente avvolti da uno strato spesso di piastrelle che da circa 60 Paesi del mondo provengono. Nelle prime fasi, esse venivano raccattate dalle montagnole di rifiuti che al tempo a Rio non mancavano. Via via, però, tanti furono i donatori che da ogni anfratto del globo terrestre inviarono a titolo di donazione materiali anche piuttosto pregevoli. La Scalinata Solaròn, a conferma di quanta preziosità possa avere una creazione nata praticamente dal nulla, è stata riportata sulle pagine di diverse riviste di portata mondiale, oltre che su spot e locandine dai grandi brand ideate (Coca Cola, American Express, Cereali Kellogg ecc…). Stazionamento possibilmente non fugace merita anche il quartiere che come una catenina le cinge il collo, Santa Teresa. Vicoletti tortuosi, casette dalla forma irregolare, spettacoli rinchiusi nella sola aria pura ed artisti intenti a proiettare tutto l’estro che in corpo hanno valgono oro in purezza. Antica dimora, convertita in quello che oggi si chiama Museu da Chacara do Ceu , ripara da usura ed incuria opere di Metzinger e Matisse. 



Immersione in origini sporcate dall’impetuoso corso della storia è gesto espletabile al Museo degli Indigeni (Rua das Palmeiras, 55). La sua istituzione, temporalmente appuntabile sulla pagina intitolata “Anni ‘50”, fu veementemente sorretta dalla volizione di dar manifestazione articolata degli usi e dei costumi delle popolazioni che di questa parte del mondo erano riguardose guardiane. L’edificio, ricavato da una casa padronale inizialmente appartenente ad un imprenditore operante dell’ambito alimentare, conta ben 11 sale. L’esposizione vera e propria vanta qualcosa come 14.000 manufatti e 50.000 immagini, molte di esse adattate in forma digitale. 500.000 sono infine le documentazioni, sia cartacee che multimediali, attestanti sia l’evoluzione storica di tali popolazioni sia le politiche di cui furono oggetto a partire dall’Ottocento. Nel 2013, per volere dell’esecutivo allora in carica, i poliziotti tentarono di strappare lo stabile dalla presa di chi, ormai dal 2006, ne occupa le pareti per ridurre ai minimi termini l’evenienza di un’eventuale spostamento. La vicenda, allora avente grande seguito mediatico, provocò disapprovazione da parte di un’opinione pubblica che, mettendosi di traverso, scongiurò la morte di destinazione che andrebbe baciata con incuriosita sosta.

 
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Aperto al pubblico nel 1822, il Giardino Botanico di Rio ebbe in principio lo scopo di permettere a varietà giungenti da altrove di acclimatarsi. La fascia di terra sulla quale esso giace sfoggia una superficie pari ad oltre 130 ettari. A rubare l’occhio saranno senza ombra di dubbio alcuna sia le orchidee sia l’articolata e ben fornita raccolta di alberi d’età a tre cifre. Tra le essenze in loco trapiantate ci sono la cannella, il pepe e la noce moscata. Giardinetto ispiratosi allo sfarzo nipponico è invece adornato da specchi d’acqua popolati da carpe, alberi di ciliegio di fiori vestiti e bonsai la cui grazia si allarga a macchia d’olio. Frazione abbondante dell’area assegna le vesti di destinatario alla foresta di Tijuca, nella quale animali selvatici strappati all’estinzione e cascate dove l’acqua scende frettolosa costituiscono solo alcune delle sfumature dalle setole del pennello trascinate. I cultori del trekking avranno qui pane da interporre alle arcate dentali. La cascata di Diamantina, la grotta del pipistrello e la collina degli arcieri sono alcune riduttive alternative vagliabili. 

 

Tra il sesto ed il settimo decennio del Settecento, la chiesa di Nostra Signora del Monte Carmelo fu adagiata sul velo superficiale di una città le cui rappresentazioni sono talmente tante da sfuggire ad ogni controllo illusoriamente oggettivo. Otto anni dopo l’ingresso del secolo susseguente, la Corte lusitana di essa volle farne cattedrale. Le ragioni di una scelta che a discapito della chiesa della Madonna del Rosario e di San Benedetto ricadde sono ai giorni nostri ancora tastabili con mano ferma ma non troppo pigiante. Le decorazioni internamente poste ripudiano in toto il concetto di sobrietà. Parte rimanente della comanda viene invece eseguita dalla vicinanza con il Palazzo Imperiale, il cui stile coloniale è espressione della veracità del centro storico di Rio. Ad ospitare la sede dell’arcidiocesi locale vi è ora la Cattedrale di San Sebastian , completata tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Notabile nel tempo che occorre ad un assetato per versare dell’acqua in un bicchiere è la sua forma, rassomigliante ad un cono con apice pianeggiante. La capienza, al massimo della sua portata, ammonta a circa 20.000 persone. L’altezza, invece, è pari a 106 metri.

Le spiagge

Per liberare corpo e mente dalle fatiche del viaggio, la selezione di spiagge è risposta autorevole ai perennemente insoddisfatti. Le spiagge di Rio, annualmente frequentate da migliaia di bagnanti, sono spicchio di Paradiso in un mondo che del bello spesso dimentica l’avvolgente profumo. Quel che ci sentiamo di suggerire è racchiudibile nella lista seguente:

  • Copacabana. Nel tratteggiare forma rotondeggiante per certi versi simile ad una mezzaluna, il candore della sua sabbia corre parallelamente ad un mare il quale, nelle giornate in cui il cielo non mostra stato d’animo focoso, è difficilmente distinguibile da quest’ultimo. Il chiasso di chi si cimenta in un palleggio o in una schiacciata non è rumore, ma soltanto nota di una melodia che sotto il sole cocente delizia l’udito. Nella notte in cui un anno cede spazio a quello successivo, sono tanti i cittadini che qui si riversano per ammirare i pittoreschi fuochi d’artificio;

 

  • Narrata con voce cantante nel brano “La garota de Ipanema”, la spiaggia di Ipanema è essere per il quale ogni lessema è poco consono. Sabbia bianca a grana fine, mare dove il volto vien riflesso come se imperfezione più non esistesse sono solo una della facce della medaglia. L’altra, quella opposta, è ritratta nelle Montagne Dois Irmaos. I fruitori sono perlopiù ragazzi. Non di rado, però, artisti di vario genere ne animano il già orecchiabile sottofondo. Nel weekend, l’affollamento è palpabile, ma lo spazio basta per tutti;

 

  • Ad un tiro di schioppo dalla funivia che verso il Pan di Zucchero accompagna gli avventori, Praia Vermelha è vera chicca. Lateralmente, il Morro da Urca è barriera contro le folate ventose. Le piante tropicali, invece, assicurano quel verde che in ogni indumento dovrebbe presenziare. Col calar del sole, la sabbia tende ad acquisire una cromaticità rossastra che condisce lo sfondo di tanto, troppo romanticismo. Le acque non sono quasi mai agitate, perfette quindi sia per fare una bella nuotata sia per fare un giretto in canoa.

 

Qualche info utile

Paragrafo terminale si specializzerà nel porre alla vostra attenzione una serie di consigli che, similmente ad ogni viaggio, potranno esservi senz’altro d’aiuto:

  • Le tariffe che le strutture ricettive esigono variano ovviamente in base alla tipologia specifica di alloggio. Per una camera in hotel a tre stelle, i prezzi a notte vanno dai 25 ai 50 euro. Per un alloggio in una struttura a quattro stelle, invece, l’esborso va dai 70 ai 100 euro. Il lasso temporale preso in considerazione è quello che coincide con il mese di novembre;
  • Una delle compagnie che dall’Italia accompagnano allo scalo aeroportuale locale è la TAP Air Portugal. Un biglietto d’andata e ritorno, se prenotato adesso per il mese di novembre, richiede spesa che non supera i 420 euro;
  • Problema potenziale è quello concernente la sicurezza. Primo accorgimento è quello di evitare di mostrare eccessivo sfarzo. La sobrietà è il miglior alleato in tal caso. Attenzione massima andrebbe prestata in ogni attimo della giornata, notte compresa, momento nel quale evitare anche gite in spiaggia. Posti che per via dell’isolamento potrebbero apparire più pericolosi sono Grumari e Prainha. Se la vacanza a Rio si concentra soltanto su qualche giorno, cosa buona e giusta è depennare dalla lista anche gran parte della Zona Ovest;
  • Diversi sono gli sfondi nei quali ambientare la vostra vita notturna. Affollato praticamente sempre, al Jobi (Avenida Ataulfo di Paiva, 1166) potrete bere dell’ottima birra alla spina, magari accompagnandola ad un piatto di stufato di coda di bue con crescione, specialità tipica del posto. Le notti al Pedra do Sal hanno quel qualcosa in più verbalmente difficile da esprimere. Dopo esservi accaparrati una postazione privilegiata in alto, dalla piazzetta sottostante i passi di Samba irraggeranno il circondario e riempiranno di densa linfa il flusso dei ricordi più belli;
  • Coreografi e ballerini, nei mesi che precedono il Carnevale di Rio, si ingegnano nel creare sia il tema sul quale la sfilata si impernierà sia le relative coreografie. E’ questo ciò che caratterizza le Scuole di samba, nate alla fine degli anni Venti del Novecento. Autentici punti di riferimento in alcune delle zone più disagiate di Rio, esse danno modo ad artisti della musica e del ballo di dar pratica dimostrazione delle proprie abilità. Alla parte goliardica andrebbe addizionata anche quella prettamente sociale, data la loro propensione a trovare rimedio alle specifiche esigenze della popolazione, dall’istruzione fino ad arrivare alla fruizione di servizi sanitari spesso carenti;

La foggia del territorio facilita l’utilizzo di mezzi pubblici che, oltre che essere presenti in gran varietà, sono anche piuttosto efficienti. Autobus e metropolitana sono le opzioni maggiormente selezionate dai turisti. Da evitare è, possibilmente, l’automobile, per via del traffico che giornalmente attanaglia Rio. A Copacabana ed Ipanema, girare a piedi o in bici è soluzione ecologica, pratica e valida nel dar possibilità di visionare il panorama.

 


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