Bruges sentimentalista

Poemi, romanzi, opere d’ogni tempo e da ogni dove hanno nei secoli narrato di qualcosa, come il romanticismo, del quale è tuttavia complicato coglierne tutte le sfaccettature. Esso si racchiude in due mani che tra loro si incrociano, in due sguardi che l’un dall’altro non prescindono, in una canzone di sottofondo in grado di evocare lieti ricordi, in una sorpresa inaspettata ma per questo ancor più gradita, in un luogo che, per tutto ciò che ne rende speciali le fattezze, rimarrà timbrato a fuoco lì dove ci si rifugia negli attimi in cui lo sconforto rivaleggia ad armi dispari.

In un mondo che, per via di un nemico restio a sfoggiare le proprie moleste fattezze, fatica a riacquisire quel movimento perpetuo frutto di una modernità frettolosa, trovare casa nei piacevoli ricordi potrebbe rappresentare un buon modo per sentire meno la mancanza di un quotidiano apparentemente lontano ormai anni luce. Per coloro che tramutano ogni viaggio in un’esperienza che vada oltre l’esteriorità materiale, accostare una meta al concetto nudo e crudo di romanticismo significa rimuovere la polvere dalla cartina geografica, cercare il Belgio e puntare il dito su Bruges.

Anteporre un passo all’altro, tra le graziose e raccolte stradine di Bruges, non costituisce puro e semplice inno alla gioia, ma saggio narrativo di un percorso dove ogni metro quadrato acquisisce la voce rauca ma sapiente di una donna che, dopo aver trascorso un’esistenza piena e gratificante, può quindi permettersi di raccontare a chi ha voglia di aguzzare le orecchie storie di nulla affatto mendace autenticità. Al tramonto, quando sole e luci notturne si accingono a darsi il cambio della guardia, Bruges diviene ancor più radiosa, con sfumature che sembrano uscire da una tela impressionista e con effetti che scaldano ogni buio anfratto dell’essere. Piccola nella estensione territoriale, ma grande in un’interiorità che si palesa lì dove il moderno è entrato in riguardosa punta di piedi, questa città vanta un centro storico dichiarato Patrimonio UNESCO agli inizi degli anni Duemila.

Le tappe

Trattandosi di un centro abitato lontano anni luce dalle metropoli maggiormente blasonate, munirsi di carta e penna mettendo a punto una tabella di marcia temporalmente raccolta e priva di fronzoli non è poi così complicato. Bruges, ammaliante gemma delle Fiandre Occidentali, sarà sulla via del ritorno casus belli di quella malinconia che solo luoghi realmente speciali hanno la capacità di infondere. L’austera eleganza delle sue costruzioni in mattoni, le immagini riflesse dall’acqua dei canali, l’aura che teneramente abbraccia visitatori da ogni continente e la sua silenziosa tranquillità trovano materia evidente in luoghi come:



  • il Burg. Lì dove il corso del fiume Reie imponeva ad un’arteria di origine romana di ramificarsi in due, sorge una delle piazze più importanti della città. In corrispondenza delle prime fermate di un viaggio dove generazioni di uomini si sono tra loro continuamente susseguite, ciò che gli occhi possono ai giorni nostri vedere risulta molto lontano dalla spoglia fortezza di un tempo, contornata da prestanti mura. Ad una superficie che, se vista da posizione privilegiata, ricorda molto da vicino quella di un quadrato, il tempo ha lasciato in eredità costruzioni dove il gotico, il rinascimentale ed il neoclassico hanno avuto la possibilità di sfoggiare l’abito della festa. L’intenzione di far visita al Municipio andrà inevitabilmente accompagnata alla visione della Sala Gotica, i cui dipinti descrivono meglio di qualsiasi libro cartaceo il vissuto di una città priva di ovvietà;

  • la Basilica del Santo Sangue. Storia, arte e fede sfornano all’interno ed all’esterno di quest’opera d’arte che brilla di luce propria quello che per i fedeli e non solo diviene confortevole tregua dalle proprie inquietudini. L’appellativo di cui si fregia va ricondotto ad un episodio in particolare. Nel 1147, il conte di Fiandra prese parte alla Seconda Crociata, tra le più imponenti spedizioni che il mondo abbia mai conosciuto. Giunto in Terra Santa, il nobile entrò in possesso del pezzo di tessuto con il quale, al momento della crocifissione di Gesù, Giuseppe d’Arimatea tentò di pulire il corpo di quest’ultimo da quel sangue segno di salvifica sofferenza. La preziosa reliquia è tuttora protetta tra le mura della basilica, portata annualmente in processione il corrispondenza del giorno dell’Ascensione;
  • la Piazza del Mercato. Oggetto, nella prima metà degli anni Novanta, di un insieme di articolati interventi restaurativi, a Piazza del Mercato confluisce ogni giorno chiunque abbia ceduto alla tentazione di sentir battere il cuore pulsante della città. Colei che nell’idioma locale si caratterizza per l’appellativo di Markt non merita tuttavia riduttiva ed esclusiva associazione col mercato del mercoledì o con la partenza di una delle gare ciclistiche piò antiche ed affascinanti, il Giro delle Fiandre. Se ogni regina necessita di adeguata protezione, a fiancheggiare Piazza del Mercato vi sono casamenti la cui punta apicale sovrasta una vasta selezione di ristoranti caratteristici. A comandare l’armata vi è colui che, data la statura, non può che guardare tutti dall’alto al basso: il Belfort. Questa torre civica, i cui natali vanno rintracciati in era medievale, è visitabile salendo oltre 350 gradini. Compito di scandire la quotidianità di Bruges era affidato a campane le quali, fino al 1523, erano azionabili in maniera manuale. Le rappresentazioni statuarie che si trovano nella parte centrale della piazza raffigurano rispettivamente Pieter de Coninck e Jan Breydel, esponenti di spicco della resistenza fiamminga all’egemonia francese nell’area;
  • il Begijnhof.  Così chiamato in onore di tutte quelle donne che servendo i più deboli colmavano il vuoto materiale della solitudine, il Begijnhof è un complesso edificato dove il bianco delle abitazioni viene spezzato dal tanto verde che lo completa senza coprirlo del tutto. Considerato all’unanimità il più bello tra i beghinaggi fiamminghi, varco di ingresso è dato da un cancello in stile neoclassico risalente alla fine del Settecento. Gli alti pioppi sono pezzi di un puzzle senza monotonia, dove la spensieratezza disfa e brucia la convenzionalità del tempo.

 

I piatti tipici

Come ogni viaggio che si rispetti, anche questo non dovrà omettere un menù fatto solo e soltanto da cibarie di impronta marcatamente locale. Uno dei piatti che, una volta giunti qui, vale la pena di assaggiare sono le anguilles au vert. La preparazione prevede la presenza di tranci di anguilla piuttosto spessi, fatti cuocere a fuoco lento insieme a del vino bianco e ad una salsa verde composta da un affollato mix di erbe, tra cui il cerfoglio e la salvia. Per un secondo piatto trasversalmente differente ed a base di care, quella che comunque appare una scelta ardua non potrà che virare sul boudin, una salsiccia che nel proprio impasto prevede una notevole quantità di spezie. Malgrado possa essere gustato anche in purezza, il boudin si accosta alla perfezione con uova e fette di pane tostato che possano riuscire nell’intento di smorzarne i sentori piuttosto marcati.

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